Nonostante l'impressionante successo del concorso di poesie dedicato a Maria Virginia Fabroni, non vogliamo certo dimenticare che questo blog ha indetto il concorso letterario "SMART WRITING".
L'idea era quella di sottoporre alcuni racconti ai nostri lettori.
Abbiamo ricevuto 10 elaborati che sono stati pubblicati nelle pagine ed è stato lanciato un sondaggio. Questi sono stati i risultati:
1 classificato LA SIGARETTA con 24 preferenze
2 classificato LATO OSCURO con 7 preferenze
3 classificati LA STRADA VERSO ME
IL NOME
CARAMELLE
IL TESORO DI ASHANTI con 1 preferenza.
Complimenti a tutti ma soprattutto, grazie ai partecipanti.
Cogliamo l'occasione per invitarvi al primo festival nazionale dell'ozio "TRE D'OZIO" che si terrà dal 30 giugno al 2 luglio, naturalmente, a Tredozio.
Durante la premiazione del concorso di poesie, che si terrà domenica 02 luglio alle ore 11.00, i partecipanti a SMART WRITING avranno la possibilità di leggere il loro racconto a tutti gli intervenuti.
Per info
murodilibri@libero.it
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giovedì 8 giugno 2017
martedì 18 aprile 2017
LA STRADA VERSO ME
DECIMO ED ULTIMO RACCONTO DEL CONCORSO SMART WRITING.
DALLA PROSSIMA SETTIMANA SI INIZIA CON LE VOTAZIONI.
SIETE PRONTI A VOTARE IL VOSTRO PREFERITO?
La fede per me è una convinzione non precostituita, la mia
mente è aperta al confronto e rifiuta
verità surrogate rese assolute nel tempo ,il mio cuore ama, ma batte forte solo
per emozioni non cristallizzate, ogni giorno mi sfido e percorro la strada , quella
più difficile, quella dove razionale e irrazionale si incrociano. Eppure cerco
costantemente il punto di equilibrio essenziale per non cadere in limitanti
eccessi e spesso mi perdo, l’invisibile da una parte mi
attrae ma la logica si oppone e grida per portarmi da lei, a volte vado poi
torno, ma cerco sempre di restare aggrappata a quel punto che in fin dei conti,
non è su nessuna strada ma solo dentro di me.
giovedì 13 aprile 2017
LA MIA ROMA
NONO RACCONTO DEL CONCORSO SMART WRITING.
PRESTO SARETE CHIAMATI A GIUDICARE QUELLO CHE PREFERITE
Mia nonna paterna per me non c’è mai stata, non mi ha mai
fatto da nonna. Sarà perché a 19 anni era già vedova e in attesa di un figlio,
certo è che era una donna particolare.
Nella vita si è sposata 5 volte, e quando stava morendo
raccontava a tutti che il suo peggior difetto era di essere stata molto amata;
avrebbe voluto avere un uomo anche nell’ultimo periodo della sua vita ma gli
uomini, a parte approfittarsi di lei non hanno fatto granchè. Quando è morta,
nonna era poverissima, perché aveva sperperato tutto il patrimonio nei viaggi,
e al gioco; nonna fumava le sigarette, le MS dorate light, e mi raccontava che
aveva praticamente visto tutto il mondo.
Da giovane nonna era una gran bella signora, e quando
conobbe un tenente pilota si innamorò a prima vista: chi li ha conosciuti
racconta che i miei nonni da giovani fossero bellissimi, mio nonno non era
indifferente al fascino delle donne, in primis lei; ma quando lui, che aveva
dieci anni di più, la mise incinta, il mio bisnonno lo obbligò a sposarsi per
riparare al danno.
E così i miei nonni si sposarono, con la nonna felicissima
che nelle foto stringeva a braccetto il pilota, che intanto pensava già alla
prossima missione; e infatti i nonni rimasero sposati pochissimo, sei mesi che
lui passò lontano a fare voli di pace, e intanto nonna a casa col pancione.
Poi lui morì, a nonna divennero i capelli bianchi a
diciannove anni e pianse tutte le lacrime del mondo.
Due anni dopo la nonna sposava un medico, non prima d’aver
affidato il bimbo ai suoi genitori perché lo crescessero, e non interferisse
col suo matrimonio.
Pochi anni ancora e nacque mio zio: la nonna credeva di
amare finalmente e nuovamente a fondo, ma di lì a poco il matrimonio naufragò.
Nonna a distanza di anni diede a mio padre la colpa del
fallimento, in quanto avrebbe interferito con la felicità della nuova famiglia:
e sì che era solo un bambino!
La separazione fu indolore, dato che piangendo lagrime amare
nonna ottenne l’annullamento del matrimonio da parte della Sacra Rota, con suo padre
che testimoniava circa la sua condotta illibata: per quella figlia sfortunata
l’ingegnere avrebbe fatto questo ed altro!
Nonna si consolò quasi subito con un generale della seconda
guerra mondiale, anche lui molto impegnato sul lavoro; lui venne trasferito a
Roma e la nonna, in memoria di quel marito libertino che troppo presto l’aveva
lasciata vedova, seguì il generale e approdò nella città eterna.
Da lì mi scriveva lunghe lettere chiamandomi “la sua
gattona” e invitandomi presto a raggiungerla; ma quando fui sufficientemente
grande per farlo, lei fece capire che non sarei stata sua ospite e così mamma
si accodò a me; d’altronde la nonna aveva le sue abitudini, tipo alzarsi alle
undici e leggere il giornale che nessuno doveva aver sfogliato prima di lei, o
lei avrebbe perso interesse alla lettura.
Nel pomeriggio, dopo una lunga colazione e un pranzo leggero
ma accompagnato da buon vino, la nonna poteva ricevere la sua nipotina adorata.
In quei dieci giorni a Roma vidi la nonna un paio di volte,
in fondo era tanto impegnata con le amiche; e poi tra la scopa e il bridge e la
messa della domenica aveva il suo da fare!
In una di queste uscite la nonna si fece portare dalla nuora
nella sua casa a san Felice Circeo: pensai che avrei potuto finalmente assaggiare
uno di quei tre piatti che la nonna sapeva cucinare in modo eccellente (e con
cui si racconta abbia acchiappato diversi uomini) ma ci disse cortesemente che
eravamo invitate al ristorante; poi scoprimmo che il conto era addebitato alla
nuora.
Mia madre non disse nulla per non rovinare i rapporti tra
figlio e madre… si portò a casa anche per ricordo la grande bavaglia che la
nonna ci fece acquistare per gustare la zuppa di pesce.
Questo ricordo di mia nonna e poco altro, perché l’ho vista
pochissimo quando era una donna prestante; quando invece divenne vecchia e
aveva problemi di salute, allora mi invitò più volte a Roma a trovarla e ad
assisterla.
Mia nonna fu così testarda che non volle mai fare la terapia
riabilitativa dopo essersi rotta il femore, diceva che le facevano troppo male
le gambe; l’unica volta in cui praticamente scattò in piedi durante la terapia,
fu quando le mandarono un infermiere uomo: in quella occasione fu lesta nel
chiedere “non ho le forze, mi tiene?” “Non tema” rispose lui, e lei si era già
lasciata andare tra le sue braccia in modo tanto fulmineo che mi lasciò di
stucco; l’infermiere non era certo un bell’uomo, ma in quell’occasione capii
come mia nonna avesse avuto molte storie.
In quel periodo trascorremmo il natale tutti insieme, suo
figlio la era venuta a trovare portandole un grosso torrone; e quando nel
giorno di festa lui propose di aprirlo, lei fu lesta ad afferrarlo e a dire:
“no, è mio!”
In quel periodo era già sulla sedia a rotelle, perché la
gamba si era atrofizzata e poi si era formata una pustola che si era allargata
fino a costringerla a tagliarla; inutilmente le spiegai che ostinandosi nel
rifiutare la riabilitazione gliel’avrebbero amputata, ma lei mi credette solo a
cose fatte.
E così io mi trovai ad assisterla senza una gamba e con su
il pannolone: e in quella situazione poco aveva di quella bellissima donna del
passato che tanto aveva fatto girare la testa.
L’ultimo barlume di dignità lo ebbe nel rifiutare il lettino
con le sbarre, tentando di ingannarmi: “senti, tu che sei piccolina nel lettino
con le sbarre ci stai bene, io invece non sto comoda”, non accorgendosi che la
malattia l’aveva parecchio ristretta.
Iniziai un nuovo lavoro e fu un sollievo tornare in
primavera nella mia città, lasciando la visione di lei senza una gamba lì a
Roma; ma cuore di nipote mi portò a trascorrere lì le vacanze estive; e la
rividi, sempre più magra e deperita; e con l’ultima trovata, si era
intestardita a non mangiare, dicendo che faticava, e così veniva alimentata
quasi esclusivamente con pappette liquide.
Ricordo una notte accanto a lei, chiacchierava con persone
invisibili e diceva che li avrebbe raggiunti presto: pensai che stava parlando
con gli Angeli.
E infatti ebbe il cuore di morire il giorno di ferragosto,
lo presi come un regalo: avevo trascorso buona parte delle mie ferie impazzendo
accanto al suo capezzale, ed uscendo dalla sua stanza solo per andare dal
medico a richiedere nuove terapie o in farmacia.
Ebbi il terrore che morisse la notte mentre le dormivo
accanto, e invece si sentì male e fu portata in ospedale: ricordo il suo ultimo
sguardo che rivolse solo a me; mia zia le stava dicendo che sarebbe guarita
presto, e intanto mia nonna mi guardava in silenzio come a dirmi addio.
E in quel momento ripensai a tutte le conversazioni notturne
che avevamo avute: mi chiedeva sempre di mia mamma, morta troppo presto; in
quell’ultimo periodo la faceva stare bene parlare di quella nuora che aveva
sempre trovato antipatica.
Le dissi: “stai tranquilla nonna, andrà tutto bene”, e vidi
nei suoi occhi che aveva letto in me che pensavo sarebbe andata in Paradiso; mi
guardò con amore infinito, per la prima volta nella sua vita.
E fu portata via, con me che restavo lì a sentire il medico
farfugliare a mia zia che sì, sarebbe potuta campare altri cinque anni… e io
sapevo che non ci sarebbe stata più, ora che ci eravamo trovate.
Morì il giorno dopo, sola, in ospedale, mezz’ora dopo che
mia zia l’aveva salutata, convinta che si sarebbe ripresa presto; e penso che
anche per questo ora sia in Paradiso.
Al suo funerale una zia dalla faccia sconvolta mi disse:
“vedrai che la nonna ti starà vicino, nell’ultimo periodo ha imparato a volerti
bene!”
Alle volte quando sono in giro per Bergamo dove lei ha
vissuto solo pochi mesi con mio nonno, una signora nella folla mi guarda, e
mentre sento un brivido percorrermi la schiena, in quel volto sconosciuto
rivedo il sorriso di mia nonna Luisa. Quello degli ultimi tempi.
martedì 4 aprile 2017
LATO OSCURO
OTTAVO RACCONTO del concorso SMART WRITING!!!
Entro la fine del mese inviteremo i lettori del blog a votare il racconto preferito.
info murodilibri@libero.it
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“ Il
mio demone interiore diceva di farlo, ed io ho seguito quella voce che mi
tartassava la mente, inducendomi a reagire a quella mostruosità che mi appariva
davanti ai miei occhi; mia madre.”
In quel momento ho abbattuto la resistenza ed ho
affrontato il mio dolore.
Il mio tormento, man mano che affondavo quella lama nel
suo ventre duro, andava scemando, provando un senso di gioia e di conforto, in
quelle grida disperate di una madre affranta, guardando negli occhi la sua
piccola bambina che le squartava le budella. La lama del coltello penetrava in
profondità ed io inalavo quei respiri ansimanti di paura e di perdizione.
Moriva, stava agonizzando, e mi sentivo leggiadra, appagata, serena, pensando
di aver domato quel mio istinto che mi portava a distruggere chi mi aveva
creato.
Finalmente ero sua, e lui era mio.
Mio padre
- CONFESSIONI
DI EVA MACEDO - Dicembre 1998
1989
La piccola Eva Macedo giaceva inerme davanti a quel corpo
nudo e insanguinato della madre Maria. Il suo candido pigiama bianco era
imbrattato del color rosso che aveva accecato la sua mente, provocando l’ira
nei confronti di quella madre, che incredula, non aveva neanche cercato di
ribellarsi per quei forti e doloranti colpi all’addome che la piccola Eva le
aveva inflitto.
Quei suoi lunghi capelli biondi coprivano quegli occhi
azzurri come il cielo, il suo viso pallido era candido come la neve, e le sue
labbra rosa tremavano, vedendo quel corpo disteso sul pavimento della camera da
letto, oscurata da un grosso velo purpureo che ricoprivano quelle finestre
troppo grandi, troppo ampie per quella sua dimora, dove ricercava il conforto e
l’amore che il padre, Ernesto, arrecava alla moglie.
“
Sentivo una forte attrazione per mio padre. Avevo un senso di repulsione per
gli uomini che venivano a farci visita, ma per lui, il mio papà, non ne
provavo. Ogni volta che lo guardavo lo ammiravo, e mi sentivo come eccitata. Il
mio demone interiore ne era affascinato e mi incitava a stargli vicino. Non me
ne volevo mai distaccare, lui era la mia ossessione, il mio protettore, amavo
ogni tocco e sguardo dei suoi occhi. Mi sentivo sua e lui era eternamente mio.”
EVA MACEDO carcere minorile 1998
La giovane Eva si confidava alle autorità. Non sembrava
per niente turbata, ricordando quel momento che aveva cambiato la sua vita. Il
suo sguardo era fisso sull’orologio bianco appeso all’unica parete grigia e
cupa di quel confessionale, destando la sua attenzione in quella espressione
ambigua. I suoi occhi cielo andavano a spegnersi nella prigione che la
soffocava, privandosi della sua adolescenza spensierata. Le lancette
dell’orologio sembravano essersi fermate a quelle ore di disperazione, di
quando la piccola Eva era immersa in quella pozzanghera di sangue. Ora la si
vedeva sconfortata e fragile, e nessuno mai avrebbe osato solamente pensare che
quella ragazzina era l’assassina della sua famiglia.
Dal riformatorio non ne traeva beneficio, e quegli anni
passati dal macabro accaduto non le avevano insegnato nulla. Era sempre vaga,
come se niente le importasse, si perdeva totalmente in quelle giornate prive di qualsiasi
speranza giovanile.
La sua mente viaggiava o si era fermata in quell’arco di
tempo?
Ma quelle lancette dell’orologio le ricordavano qualcosa,
e man mano che i secondi e i minuti passavano, dentro quel suo meccanismo
mentale, si agitava un movimento psichico confusionale, e la ragazza,
apparentemente mite, emanava dal suo inconscio il suo demone interiore. Il suo
peccato veniva a farle visita nei giorni bui, la esortava a reagire, e lei si
lasciava andare in urla disperate.
“
Ogni volta che il mio papà mi sfiorava le labbra con la sua bocca calda e
morbida, io mi sentivo estasiata. Volevo persuaderlo, ma lui in me vedeva solo
una bambina bisognosa di carezze. Io
quelle carezze le avrei volute sul mio corpo, sentendo il palmo delle sue mani
dure sfiorare la mia pelle.
Mia
madre, prima di coricarsi veniva a darmi il saluto della notte, ma quando lo
faceva, il mio stomaco si contorceva, dai miei occhi lacrime di dolore
scendevano sul viso, bruciavano la mia pelle, la rabbia mi assaliva nella mente
e provavo un senso di ribellione. Non avrei voluto che andasse a rubare
quell’amore che mi era dovuto, e quando la vedevo poggiarsi in quel letto dalle
lenzuola color avorio, penetrava in me un senso di ingiustizia e mi capacitavo
nel ripetermi che prima o poi mi sarei presa la mia vittoria!”
Ammiravo il cielo in un pomeriggio limpido di sole. Mi
permettevano di leggere qualche libro, e nello spazio che ci concedevano per
passeggiare notavo sempre piccoli gruppi di ragazze formarsi. Mi facevo da
parte. Volevo uscire fuori dagli schemi, e mi allontanavo da quelle persone che
non rendevano appetibile il mio animo tormentato.
Volevo scappare da quella prigione che incatenava il mio
istinto, il mio pensiero non esitava a vagare in quella ribellione che dentro
me scoppiava. Desideravo emergere in un mondo che mi privava della mia sete di
vendetta, quella vendetta che mi aveva spinto ad ammazzare chi mi era intorno,
quel desiderio di vedere e restare li a fissare quel colore rosso sangue che mi
agitava le viscere del mio stomaco. Io volevo uccidere, sterminare e
combattere, ma solamente per me stessa, per il folle e unico pensiero di vedere
la gente soffrire.
Di notte quando ero in carcere, dei desideri perversi mi
assalivano, ripensavo a quel mio passato inadeguato, a quell’odio cruento che
provavo nei confronti di mia madre. Immaginavo di fare l’amore con mio padre dinanzi
a quel corpo tumefatto, e godevo a dismisura nel comporre quelle fantasie
sfrenate che il mio demone interiore farneticava.
“ Io
sono Eva Macedo, sono colei che verrà nei vostri incubi a destarvi dalla
staticità, sono colei che renderà le vostre vite complicate, straziate e
turbate. Io sono il demone, io sono il terrore, sarò il vostro tentatore. Il
sangue è la mia sete, la coppa sarà il mio trionfo, la innalzerò sopra il
vostro capo e berrò il vostro dolore, per la mia gloria per la mia gioia.”
LATO OSCURO
EVA MACEDO all’età di 10 anni venne arrestata per
omicidio colposo ai danni della madre Maria Mendez Macedo, e di Ernesto Macedo.
Figlia unica, di origini cilene...
giovedì 30 marzo 2017
IL NOME
SETTIMO RACCONTO DEL CONCORSO SMARTWRITING
Partecipa anche tu con un racconto o come giuria, TI VA????
RISPONDI QUI A FIANCO
per info murodilibri@libero.it
domenica 26 marzo 2017
CARAMELLE
Siamo giunti al sesto racconto del concorso SMART WRITING.... potete partecipare con un racconto. VI ANDREBBE DI ESSERE PARTE DELLA GIURIA? RISPONDETE ALLA DOMANDA QUI A FIANCO
per informazioni murodilibri@libero.it
Lo incontrai alla stazione dei treni di Faenza circa un anno fa.
Ero entrata per comprare due biglietti andata e ritorno per Venezia. Io e Giovanni saremmo partiti per una delle nostre gitarelle quel fine settimana e stavo facendo la fila allo sportello quando, con la coda dell’occhio, mi sembrò di vederlo.
Era strano che si trovasse lì. Viveva da dieci anni a Como e dalla morte di sua madre, a quel che ne sapevo, non veniva quasi più dalle nostre parti.
Mi voltai e mi accorsi che era proprio lui.
Era un po’ più grosso dell’ultima volta che l’avevo visto, e mi colpirono le guance rosee e piene da ragazzino goloso che contrastavano con i capelli ormai tutti bianchi. Usciva dal bar con una borsa in spalla e teneva in mano un pacchetto di caramelle gommose.
Distolsi di scatto lo sguardo e cercai di nascondermi tra le altre persone ma ormai mi aveva visto e allora accennai un gesto di saluto e un sorriso mentre lui mi si avvicinava, facendo dondolare il pacchetto delle caramelle.
“Ciao” mi disse
“Ciao” gli risposi. E poi “Cosa ci fai qua?”
“Sono passato a trovare mia sorella e prendo di qui il treno per Roma. Sai, adesso con Italo in poco più di due ore da Bologna sei a Roma. Devo vedere un cliente, ho prenotato una stanza per una notte in piazza Barberini. Noi ci siamo stati a Roma insieme, vero?…”
“Certo che ci siamo stati” e avrei aggiunto come puoi avere il dubbio, è stato il nostro Viaggio.
“Si, si, hai ragione. Adesso mi sembra di ricordare di aver guardato con te la fontana del Tritone. Forse abbiamo fatto anche delle fotografie.”
“Si, infatti.” E nella mente mi si aprì l’immagine della piazza nella luce di un lontano pomeriggio d’inverno.
“ Ci torno volentieri a Roma. Non è come Milano, che mi ha stancato. Dicono che questo Italo poi sia molto comodo e ci si può collegare a internet, arrivi che non te ne sei neanche accorto”
Era arrivato il mio turno allo sportello, mi sporsi verso l’impiegato, chiesi i biglietti e pagai. Intanto lui non accennava a salutarmi e ad andarsene. Se ne stava lì in piedi ad aspettarmi.
Lo guardai mostrandogli i biglietti e dissi piano “Ecco fatto”. Diedi anche una sbirciata fuori, alla macchina in divieto di sosta.
Se ne uscì tranquillo con: “Ti viene in mente qualche posticino dove andare a mangiare, a Roma?”
“Non saprei” dissi “E’ tanto che non ci vado. Ricordo più o meno le strade di un paio di ristoranti ma non i nomi”
“Siccome paga la ditta, ho intenzione di trattarmi bene ma ad andare alla cieca si rischia di prendere una fregatura”
“Magari c’è un buon ristorante nell’hotel” e allungai di nuovo il collo per controllare la macchina ma lui sembrò non accorgersene e continuò a farfugliare sulla qualità dei ristoranti a Roma
“A che ora parte il tuo treno?” gli chiesi
“Sono arrivato in anticipo, ho ancora un quarto d’ora. Mi pare che andassimo anche a visitare il foro, quella volta.”
“ Eh, si.” Mi avevano fatto un’incredibile impressione le rovine del foro romano al tramonto quella prima volta, non potevo certo essermene dimenticata. E mi rivedevo con il mio cappotto a scacchi nuovo e il mio latino ancora fresco di liceo aggirarmi felice tra quelle antiche pietre che avevo visto solo sui libri e tante volte immaginato.
“Sta bene tua sorella?” gli domandai
“Ma si, anche se da quando è morta mia mamma sembra più spenta. Litigavano sempre ma adesso…” e dopo una breve pausa “Non ha più nessuno con cui litigare”
Mi vennero in mente le tante discussioni a cui avevo assistito.
Guardai di nuovo verso la macchina e stavolta lui sembrò capire.
“A proposito, grazie per essere venuta al funerale, c’era anche tuo fratello”
“Ero affezionata a Giulia anche se non la vedevo quasi più. Mi è dispiaciuto veramente”
“Beh, comunque era malata da tanto tempo..”
Feci una smorfia non sapendo cosa dire e cominciai ad allontanarmi, salutandolo ed augurandogli buon viaggio.
Mi rispose con un “Ciao Silvia” e poi, avanzando di qualche passo verso l’uscita e alzando un po’ la voce “Scusa, non ti ho chiesto se volevi una caramella”
per informazioni murodilibri@libero.it
Lo incontrai alla stazione dei treni di Faenza circa un anno fa.
Ero entrata per comprare due biglietti andata e ritorno per Venezia. Io e Giovanni saremmo partiti per una delle nostre gitarelle quel fine settimana e stavo facendo la fila allo sportello quando, con la coda dell’occhio, mi sembrò di vederlo.
Era strano che si trovasse lì. Viveva da dieci anni a Como e dalla morte di sua madre, a quel che ne sapevo, non veniva quasi più dalle nostre parti.
Mi voltai e mi accorsi che era proprio lui.
Era un po’ più grosso dell’ultima volta che l’avevo visto, e mi colpirono le guance rosee e piene da ragazzino goloso che contrastavano con i capelli ormai tutti bianchi. Usciva dal bar con una borsa in spalla e teneva in mano un pacchetto di caramelle gommose.
Distolsi di scatto lo sguardo e cercai di nascondermi tra le altre persone ma ormai mi aveva visto e allora accennai un gesto di saluto e un sorriso mentre lui mi si avvicinava, facendo dondolare il pacchetto delle caramelle.
“Ciao” mi disse
“Ciao” gli risposi. E poi “Cosa ci fai qua?”
“Sono passato a trovare mia sorella e prendo di qui il treno per Roma. Sai, adesso con Italo in poco più di due ore da Bologna sei a Roma. Devo vedere un cliente, ho prenotato una stanza per una notte in piazza Barberini. Noi ci siamo stati a Roma insieme, vero?…”
“Certo che ci siamo stati” e avrei aggiunto come puoi avere il dubbio, è stato il nostro Viaggio.
“Si, si, hai ragione. Adesso mi sembra di ricordare di aver guardato con te la fontana del Tritone. Forse abbiamo fatto anche delle fotografie.”
“Si, infatti.” E nella mente mi si aprì l’immagine della piazza nella luce di un lontano pomeriggio d’inverno.
“ Ci torno volentieri a Roma. Non è come Milano, che mi ha stancato. Dicono che questo Italo poi sia molto comodo e ci si può collegare a internet, arrivi che non te ne sei neanche accorto”
Era arrivato il mio turno allo sportello, mi sporsi verso l’impiegato, chiesi i biglietti e pagai. Intanto lui non accennava a salutarmi e ad andarsene. Se ne stava lì in piedi ad aspettarmi.
Lo guardai mostrandogli i biglietti e dissi piano “Ecco fatto”. Diedi anche una sbirciata fuori, alla macchina in divieto di sosta.
Se ne uscì tranquillo con: “Ti viene in mente qualche posticino dove andare a mangiare, a Roma?”
“Non saprei” dissi “E’ tanto che non ci vado. Ricordo più o meno le strade di un paio di ristoranti ma non i nomi”
“Siccome paga la ditta, ho intenzione di trattarmi bene ma ad andare alla cieca si rischia di prendere una fregatura”
“Magari c’è un buon ristorante nell’hotel” e allungai di nuovo il collo per controllare la macchina ma lui sembrò non accorgersene e continuò a farfugliare sulla qualità dei ristoranti a Roma
“A che ora parte il tuo treno?” gli chiesi
“Sono arrivato in anticipo, ho ancora un quarto d’ora. Mi pare che andassimo anche a visitare il foro, quella volta.”
“ Eh, si.” Mi avevano fatto un’incredibile impressione le rovine del foro romano al tramonto quella prima volta, non potevo certo essermene dimenticata. E mi rivedevo con il mio cappotto a scacchi nuovo e il mio latino ancora fresco di liceo aggirarmi felice tra quelle antiche pietre che avevo visto solo sui libri e tante volte immaginato.
“Sta bene tua sorella?” gli domandai
“Ma si, anche se da quando è morta mia mamma sembra più spenta. Litigavano sempre ma adesso…” e dopo una breve pausa “Non ha più nessuno con cui litigare”
Mi vennero in mente le tante discussioni a cui avevo assistito.
Guardai di nuovo verso la macchina e stavolta lui sembrò capire.
“A proposito, grazie per essere venuta al funerale, c’era anche tuo fratello”
“Ero affezionata a Giulia anche se non la vedevo quasi più. Mi è dispiaciuto veramente”
“Beh, comunque era malata da tanto tempo..”
Feci una smorfia non sapendo cosa dire e cominciai ad allontanarmi, salutandolo ed augurandogli buon viaggio.
Mi rispose con un “Ciao Silvia” e poi, avanzando di qualche passo verso l’uscita e alzando un po’ la voce “Scusa, non ti ho chiesto se volevi una caramella”
mercoledì 22 marzo 2017
L'OMBRA DEL GRANDE ALBERO
QUESTO È IL QUINTO RACCONTO IN GARA....
Quelli che sono arrivati via posta tradizionale, proviamo ad inserirli tramite fotografie. Speriamo siano leggibili. NEL FRATTEMPO, CONTINUATE A RISPONDERE ALLA DOMANDA QUI A FIANCO.
Vuoi partecipare col tuo racconto?
info: murodilibri@libero.it
domenica 19 marzo 2017
LA SIGARETTA
Siete pronti a giudicare i racconti del concorso SMART WRITING? RISPONDETE ALLA DOMANDA QUI A FIANCO
murodilibri@libero.it
D’estate si poteva quasi percepire l’odore del mare. Avevamo appena finito di cenare e lei spalancava la finestra sulla terrazza e si metteva lì seduta, ad ascoltare la musica alla radio con in mano la sua sigaretta.
Indossava una semplice vestaglia di lino bianca, e mentre ne aspirava voracemente il fumo, non poteva fare a meno di lamentarsi del caldo torrido che non le permetteva di dormire la notte.
Con il braccio, sollevava i lunghi capelli rossi che le si erano incollati sul collo, in quei pochi attimi in cui un po’ d’aria soffiava.
“Oh, adesso finalmente si respira!” diceva lei con in mano la sua sigaretta.
Aveva l’aria stanca.
Milioni di volte le avevo chiesto di smettere di fumare, ma lei nulla, non voleva saperne.
“Ti fa male alla salute, e con tutti i soldi che ci spendi, potremmo andarcene in vacanza” le ripetevo costantemente.
Ma lei, incurante, mi rideva in faccia persino quando le dicevo che fumare l’avrebbe fatta invecchiare.
Non era come le altre donne del suo tempo. Lei non aveva i capelli curati, a malapena andava dal parrucchiere solo per un veloce taglio. Portava da sempre, la solita treccia di capelli biondi che le scendeva dritta sulla schiena. Non indossava mai abiti eleganti, si sentiva a suo agio con un jeans ed una maglietta.
Eppure in quelle sere d’estate, rimanevo ipnotizzato a guardarla fumare, mentre leggeva i suoi romanzi d’amore, forse per fuggire ad una realtà che le stava troppo stretta. E mentre sfogliava pagina dopo pagina, quasi vivesse quelle emozioni scritte sulla carta, si prendeva una ciocca di capelli e se la passava nervosamente tra le dita come ad attorcigliarla, in attesa di un’altra sigaretta.
Dopo cena non avevamo mai grandi dialoghi. Lei era davvero molto stanca.
Ed io ero la persona meno adatta con la quale parlare di certi argomenti. Forse avrebbe avuto bisogno di sfogarsi, di raccontare anche lei di cosa le passasse per la testa, ma aveva poco tempo e doveva anche prendersi cura della casa. Pertanto era fuori discussione disturbarla mentre usciva in terrazza, perché quello era il suo unico momento di serenità.
Ogni suo libro aveva l’angolo in alto a destra più gonfio, fu lei a spiegarmi che per non perdere il segno, ogni volta metteva una piega, in modo che potesse riprendere nella lettura, al punto in cui era rimasta. Nella mia mente pensai che ad ogni piega corrispondesse una sua pausa per accendersi una sigaretta.
Eppure odiavo vederla fumare. Lasciava un pessimo odore anche in casa, nonostante le finestre aperte, le urlavo spesso: “chiudi quella finestra! che con la corrente entra tutto il puzzo di fumo in casa!” e lei si alzava silenziosa dalla sedia in terrazza e socchiudeva le finestre, ma sempre con la sigaretta in bocca.
Cercavo in tutti i modi di farle capire che non volevo, che non doveva fumare.
Ma era tutto inutile.
A volte, quando cercavo fogli o ricevute, in alcuni scaffali trovavo addirittura diversi pacchetti di sigarette, come una sorta di provvista, per non rischiare di rimanerne senza.
Un giorno mi trovai seduto in un bar, da solo, scrivendo di progetti universitari al computer. Ero a New York, ed entrato nello Starbucks di turno e siccome c’erano solo un paio di persone, decisi di fermarmi.
Presi in mano il mio caffè caldo, guardando con aria assente i passanti dalle vetrate. Poi di colpo rimasi colpito da una ragazza, piuttosto giovane, o al massimo mia coetanea, indossava un paio di jeans attillati ed una maglietta nera. Aveva il corpo lungo e l’aria molto stanca. Una lunga treccia di capelli fulvi le arrivava quasi a metà schiena.
Di colpo appoggiò a terra quello che poteva essere l’involucro del suo violoncello, forse era una studentessa di musica. Prese dalla tasca un pacchetto di sigarette e si appoggiò contro la vetrata per fumarsela, mentre tutto attorno le si muoveva avanti e indietro.
Sentì di colpo la mancanza di casa.
Corsi fuori e forse, in modo troppo irruento, le chiesi se potessi averne una. Lei molto cortesemente mi porse una sigaretta.
A pochi passi da lei, la accesi. Fu un respiro molto intenso, e sentì il rumore del tabacco mentre bruciava. Provai anche io un momento di completa serenità, come quelli di mia madre con la sua sigaretta.
murodilibri@libero.it
Con il braccio, sollevava i lunghi capelli rossi che le si erano incollati sul collo, in quei pochi attimi in cui un po’ d’aria soffiava.
“Oh, adesso finalmente si respira!” diceva lei con in mano la sua sigaretta.
Aveva l’aria stanca.
Milioni di volte le avevo chiesto di smettere di fumare, ma lei nulla, non voleva saperne.
“Ti fa male alla salute, e con tutti i soldi che ci spendi, potremmo andarcene in vacanza” le ripetevo costantemente.
Ma lei, incurante, mi rideva in faccia persino quando le dicevo che fumare l’avrebbe fatta invecchiare.
Non era come le altre donne del suo tempo. Lei non aveva i capelli curati, a malapena andava dal parrucchiere solo per un veloce taglio. Portava da sempre, la solita treccia di capelli biondi che le scendeva dritta sulla schiena. Non indossava mai abiti eleganti, si sentiva a suo agio con un jeans ed una maglietta.
Era tuttavia, il ritratto della donna contemporanea: una lavoratrice, una
casalinga, una moglie ed una madre al tempo stesso.
Per me non era di fondamentale importanza che lei non fosse come le altre
donne, o che la domenica in chiesa non mettesse l’abito più bello. Per me era
importante farle capire che doveva smettere di fumare, non c’era nulla di
femminile nel farlo.
Eppure in quelle sere d’estate, rimanevo ipnotizzato a guardarla fumare, mentre leggeva i suoi romanzi d’amore, forse per fuggire ad una realtà che le stava troppo stretta. E mentre sfogliava pagina dopo pagina, quasi vivesse quelle emozioni scritte sulla carta, si prendeva una ciocca di capelli e se la passava nervosamente tra le dita come ad attorcigliarla, in attesa di un’altra sigaretta.
Dopo cena non avevamo mai grandi dialoghi. Lei era davvero molto stanca.
Ed io ero la persona meno adatta con la quale parlare di certi argomenti. Forse avrebbe avuto bisogno di sfogarsi, di raccontare anche lei di cosa le passasse per la testa, ma aveva poco tempo e doveva anche prendersi cura della casa. Pertanto era fuori discussione disturbarla mentre usciva in terrazza, perché quello era il suo unico momento di serenità.
Ogni suo libro aveva l’angolo in alto a destra più gonfio, fu lei a spiegarmi che per non perdere il segno, ogni volta metteva una piega, in modo che potesse riprendere nella lettura, al punto in cui era rimasta. Nella mia mente pensai che ad ogni piega corrispondesse una sua pausa per accendersi una sigaretta.
Eppure odiavo vederla fumare. Lasciava un pessimo odore anche in casa, nonostante le finestre aperte, le urlavo spesso: “chiudi quella finestra! che con la corrente entra tutto il puzzo di fumo in casa!” e lei si alzava silenziosa dalla sedia in terrazza e socchiudeva le finestre, ma sempre con la sigaretta in bocca.
Cercavo in tutti i modi di farle capire che non volevo, che non doveva fumare.
Ma era tutto inutile.
A volte, quando cercavo fogli o ricevute, in alcuni scaffali trovavo addirittura diversi pacchetti di sigarette, come una sorta di provvista, per non rischiare di rimanerne senza.
Non so se in quei momenti ero più amareggiato o seccato da questo fatto, ma
davvero non capivo, come mai quel bastoncino meritasse tutta la sua attenzione e non potesse farne a meno.
Poteva essere un bicchiere di vino e invece era un continuo accendi e spegni di sigarette. Molte delle quali nemmeno finite, fumate così, tanto per il gusto di tenerla in mano.
Eppure in estate lei era lì, sul balcone con il vento tra i capelli e la sigaretta tra
le mani ascoltando Baglioni alla radio.
Poteva essere un bicchiere di vino e invece era un continuo accendi e spegni di sigarette. Molte delle quali nemmeno finite, fumate così, tanto per il gusto di tenerla in mano.
Un giorno mi trovai seduto in un bar, da solo, scrivendo di progetti universitari al computer. Ero a New York, ed entrato nello Starbucks di turno e siccome c’erano solo un paio di persone, decisi di fermarmi.
Presi in mano il mio caffè caldo, guardando con aria assente i passanti dalle vetrate. Poi di colpo rimasi colpito da una ragazza, piuttosto giovane, o al massimo mia coetanea, indossava un paio di jeans attillati ed una maglietta nera. Aveva il corpo lungo e l’aria molto stanca. Una lunga treccia di capelli fulvi le arrivava quasi a metà schiena.
Di colpo appoggiò a terra quello che poteva essere l’involucro del suo violoncello, forse era una studentessa di musica. Prese dalla tasca un pacchetto di sigarette e si appoggiò contro la vetrata per fumarsela, mentre tutto attorno le si muoveva avanti e indietro.
Sentì di colpo la mancanza di casa.
Corsi fuori e forse, in modo troppo irruento, le chiesi se potessi averne una. Lei molto cortesemente mi porse una sigaretta.
A pochi passi da lei, la accesi. Fu un respiro molto intenso, e sentì il rumore del tabacco mentre bruciava. Provai anche io un momento di completa serenità, come quelli di mia madre con la sua sigaretta.
mercoledì 15 marzo 2017
IL RAGAZZO CHE DIVENTÒ AMICO DEI LIBRI
Terzo racconto del concorso SMART WRITING.... Mi raccomando, continuate a rispondere alla domanda qui a fianco. VI VOGLIAMO IN GIURIA!!!!!!
Come ogni giorno, alle sette spaccate, il custode prese la saracinesca e la tirò verso il basso con forza. Dopo aver chiuso il lucchetto con la grossa chiave arrugginita, si voltò e si allontanò controllando il telefono. All’interno della biblioteca, una voce imprecava e urlava. ‘Non posso crederci! Stavolta Carlo me la paga!’ Carlo, in realtà, non era che un pensionato con un apparecchio acustico mal funzionante che si prendeva la responsabilità di chiudere, ogni giorno, la biblioteca del paese. Il bibliotecario, pigro com’era, aveva addirittura insistito per trovare un volontario che, appunto, controllasse che nessuno fosse rimasto all’interno e poi avrebbe dovuto chiudere. E l’unico ‘fesso’ che c’era cascato era stato il vecchio Carlo. Peccato che non ci sentisse e, soprattutto d’estate, non era particolarmente attento. “ È tutta colpa tua!” gridò Paolo, rivolto verso una ragazza dall’espressione serena, tranquillamente seduta a terra con la schiena appoggiata al fianco di uno dei tanti scaffali. Non rispose. “Colpa tua e di quel vecchietto … e ci vado di mezzo io!” si lagnò il dodicenne, camminando frettolosamente avanti e indietro, gesticolando. Laura si degnò di parlare: “Guarda che sono bloccata anch’io.”
Paolo si girò di scatto con uno sguardo di fuoco.
“Ma la colpa è …”
"Mia! Sì, lo so. Ti vuoi calmare?”
Finalmente Paolo sospirò e si lasciò cadere a sedere a fianco della coetanea. Era stata una pessima idea trattenersi fino all’orario di chiusura della biblioteca! E i loro genitori non sospettavano niente, perché purtroppo quella sera sia Laura che Paolo avrebbero dovuto dormire da un loro amico! Almeno i due avevano i cellulari per chiamare a casa?
Certo che no.
“Per fortuna un quarto d’ora fa ci siamo abbuffati al bar!” osò commentare sorridendo Laura. Era sempre così: sorridente, ottimista e calma. Poteva ritrovarsi nel cratere di un vulcano attivo e continuare a sorridere e trovare un aspetto buono, tipo: “Wow, non avevo mai visto un vulcano dall’interno!” Invece Paolo era tutto il contrario. Trovava sempre gli aspetti brutti, i difetti nascosti. Era un perfezionista e pessimista. Se una cosa non era esattamente come s’intendeva lui, non esisteva neppure. Ora, vi chiederete, come facevano questi due ‘alieni’ ad essere amici? Ovviamente con i soliti fattori: conoscenza sin dall’infanzia e stessa classe. Ma c’era una cosa che li differenziava più di ogni altra: Laura era una lettrice accanita, Paolo invece solo a sentir parlare di libri alzava gli occhi al cielo. Laura aveva provato innumerevoli volte a trasmettere la passione della lettura all’amico, ma niente: quel testardo rimaneva ben fermo sulla sua posizione. Per questo, la ragazza aveva un motivo in più per essere felice di rimanere chiusa in biblioteca con Paolo per dodici ore.
“Almeno hai qualcosa da mangiare?” sospirò lui, guardando la compagna con un’espressione speranzosa.
“Meno male che ti conosco meglio di tua madre” rise Laura, estraendo dalla borsetta quattro cioccolatini, una stecca di cioccolato e un pacchetto di cracker. “Siamo entrambi due che riescono a non mangiare per quattro ore. Dovremo cercare di non sprecare le provviste. Orologio?”
Paolo annuì e le mostrò il nuovo modello che portava al polso.
“Sei fortunata! L’ho comprato l’altro giorno, con timer”, annunciò fiero. Poi si batté una mano sulla fronte, mugolando. “Che stupido! A casa avevo quello anche con le chiamate e il GPS, mia mamma ha insistito che lo portassi in prima media, perché andavamo a piedi a scuola e tornavamo. Con quello poteva vedere dov'ero
“Ehi, chi lo sapeva che saremmo rimasti bloccati qui?” cercò di consolarlo Laura, con scarsi risultati. I due amici impostarono il timer sulle nove per la “cena”. Poi rimasero in silenzio. Laura cercava disperatamente qualcosa di buono da trovare in quella situazione. “Dai, per l’acqua c’è quella del lavandino della toilette, e non rischieremo di finirla! E … questa potrebbe essere un’occasione per avvicinarti ai libri!” Avrebbe fatto meglio a non dirlo: Paolo la gelò con lo sguardo. “Non ho la minima intenzione di aprire un solo libro in dodici ore, sia ben chiaro!” ribatté, serrando la mascella. “Come vuoi … “ ridacchiò Laura, alzandosi. Si diresse verso la sezione ragazzi.
Un’ora dopo …
“Laura! Laura! Ma dove diavolo ti sei cacciata?!”
Paolo digrignò i denti. Erano dieci minuti che si sgolava chiamando l’amica, che pareva essersi volatilizzata! Stava veramente per rompere una finestra e andarsene, quando sentì una voce allegra cinguettare: “ Paaoloo! Sono quiii!”
Il ragazzo si diresse a grandi falcate verso “l’Angolo delle Vetrate”, come lo chiamava Laura. Proveniva da lì la voce. Per un attimo il dodicenne pensò che la sua amica avesse provato ad attirare l’attenzione di qualcuno, ma subito dopo ricordò che anche le vetrate erano coperte dalla saracinesca. Sbirciò da dietro una libreria e vide la compagna di classe che … “Ma che hai combinato?!” gridò scioccato Paolo. Laura era circondata da alcune pile ordinate e in perfetto equilibrio di libri. “Sono tutti romanzi che ti potrebbero piacere!” esclamò la ragazza. Dopodiché, prese con cautela una pila di volumi fra le mani e la spostò accanto a un divanetto. “Ecco quelli che potrebbero andarti a genio! ‘I pirati di Mompracem’, ‘I ragazzi della via Pàl’, ‘Il Corsaro Nero’ …” Paolo interruppe la sfilza di classici nominati. “Stai scherzando spero!” sbuffò “Sono tutti dei mattoni barbosi, pesanti e lunghi!” Laura lo prese in giro “Be’, in realtà non si chiamano mattoni, ma libri, una parola sconosciuta e aliena! Comunque, anche se sono dei veri capolavori, c’è “Harry Potter”, tutta la saga. Tornando un po’ al classico, scommetto che adorerai “Sherlock Holmes” … Paolo rise. “Neanche morto!” Ma la ragazza non si diede per vinto. “Okay, allora …”
“Laura!” L’interpellata lasciò cadere il decimo libro che gli stava porgendo e ammutolì.
“Non ho nessuna voglia di leggere, o meglio torturare i miei occhi con volumi da ottocento pagine e passa!”
Silenzio.
“Va bene, sai che ti dico?” sbottò Laura “Uno: mi arrendo! Sei solo un ignorante che non capisce nulla! Ma va bene lo stesso! Poi rimpiangerai di non aver mai capito l’importanza dei libri! E DUE: con ottocento pagine e passa … c’è “Il Signore degli Anelli” di Tolkien!”
Si voltò furente. Non passarono due secondi che entrambi scoppiarono a ridere. Paolo si scusò. Subito dopo, però, si illuminò come una lampadina. “Mi è venuta un’idea!” strillò, correndo verso il bagno, seguito dall’amica. La quale non gli fece domande. Piuttosto, lo osservò attenta. Il ragazzo si arrampicò, sostenuto da lei, fino alla finestra.
“Non ci credo!” L’espressione allegra di poco prima si trasformò in rabbia. Paolo saltò a terra con gli occhi lucidi. “È chiusa!” strillò, con quanta voce aveva in gola. Cadde a sedere, nascondendosi il viso tra le mani. “Non resisterò mai altre dieci ore e mezza!” A quel punto, accadde una cosa davvero strana: invece di vedere un lato positivo come al suo solito, Laura circondò le spalle del coetaneo e stette zitta. Quello, stupito, la guardò sorridendo. “Sono stato un idiota prima.” La ragazza non intervenne. “Sai che ti dico? Consigliami un libro. Classico o no, non importa! Laura?” Lei sospirò “Ti ricordi alle elementari?” Paolo annuì. “Tutti mi consideravano un’aliena. Una strana. Tutti tranne te.” Abbassò gli occhi. “Ma non c’eri sempre. E così mi sono rifugiata nei libri. Paolo, i libri mi hanno tenuta in piedi. Non mi hanno mai abbandonato. Non ti possono tradire, ci sono sempre. Sono quegli amici magici che ti aspettano sempre sulla libreria, che risvegliano un sentimento di assoluta proprietà. Un libro diventa classico perché non viene più dimenticato. Gli amici e gli amori, beh, la maggior parte vanno e vengono! Ma, secondo te, come mai, dopo quasi duecento anni, leggi “I Promessi Sposi”?”
“Di Manzoni” non poté fare a meno di completare la citazione Paolo. Con questo suo intervento, Laura, come risvegliata, rise e si alzò. “Esatto! Senti, che ne dici di mangiare?” I due tornarono nella sezione ragazzi e lì, chiacchierando, “cenarono”. Non si parlò più di argomenti tristi. Tuttavia, mentre Laura si addormentò, Paolo non poté fare a meno di ripensare a tutto ciò che lei aveva detto. Non era mai stato appassionato di letteratura. La considerava una perdita di tempo, noiosa. Ma Laura non mentiva mai. E … e se davvero un libro potesse cambiarti la vita. Mentre si rigirava nella poltrona, sospirò. Forse doveva dare una possibilità alle storie e ai racconti. Si guardò intorno: le pile di volumi selezionati per lui da Laura erano ancora lì. Si avvicinò circospetto. Afferrò il primo libro che trovò. “Il Signore degli Anelli”, di Tolkien bisbigliò leggendo il titolo. Lo aprì con riluttanza, accarezzando le pagine un po’ ingiallite. Lesse le prime pagine con attenzione. Tuttavia dovette fermarsi a cercare di capire il significato. Per una volta, non mollò al primo tentativo. Quando Laura si risvegliò la prima cosa che fece fu guardare l’orologio da parete appeso sopra la finestra: le quattro in punto. Alzò le braccia per stiracchiarsi, ma fu distratta dal rumore di una mano che sfogliava una pagina. Nel silenzio, si sarebbe sentito un pensiero! Si alzò delicatamente e, in punta di piedi, sbirciò da dietro uno scaffale. Quello che vide la lasciò a bocca aperta! Paolo, seduto a gambe incrociate e con un libro in versione mattone fra le mani, leggeva con attenzione. Il suo sguardo seguiva veloce le parole, i suoi occhi brillavano di curiosità e interesse. Nemmeno una bomba sarebbe riuscita a distrarlo. Perciò Laura decise che non l’avrebbe fatto lei. Le dispiacque pensare che, tre ore dopo, tutto sarebbe finito. ‘No’ rifletté ‘Ho visto la sua espressione. Serena. Paolo non sarà più quello di prima, perché ha capito che il migliore amico che si può avere è un libro.
Tornò a rannicchiarsi sul divanetto e ricadde nel sonno, stavolta con un sorriso sulle labbra.
Come ogni giorno, alle sette spaccate, il custode prese la saracinesca e la tirò verso il basso con forza. Dopo aver chiuso il lucchetto con la grossa chiave arrugginita, si voltò e si allontanò controllando il telefono. All’interno della biblioteca, una voce imprecava e urlava. ‘Non posso crederci! Stavolta Carlo me la paga!’ Carlo, in realtà, non era che un pensionato con un apparecchio acustico mal funzionante che si prendeva la responsabilità di chiudere, ogni giorno, la biblioteca del paese. Il bibliotecario, pigro com’era, aveva addirittura insistito per trovare un volontario che, appunto, controllasse che nessuno fosse rimasto all’interno e poi avrebbe dovuto chiudere. E l’unico ‘fesso’ che c’era cascato era stato il vecchio Carlo. Peccato che non ci sentisse e, soprattutto d’estate, non era particolarmente attento. “ È tutta colpa tua!” gridò Paolo, rivolto verso una ragazza dall’espressione serena, tranquillamente seduta a terra con la schiena appoggiata al fianco di uno dei tanti scaffali. Non rispose. “Colpa tua e di quel vecchietto … e ci vado di mezzo io!” si lagnò il dodicenne, camminando frettolosamente avanti e indietro, gesticolando. Laura si degnò di parlare: “Guarda che sono bloccata anch’io.”
Paolo si girò di scatto con uno sguardo di fuoco.
“Ma la colpa è …”
"Mia! Sì, lo so. Ti vuoi calmare?”
Finalmente Paolo sospirò e si lasciò cadere a sedere a fianco della coetanea. Era stata una pessima idea trattenersi fino all’orario di chiusura della biblioteca! E i loro genitori non sospettavano niente, perché purtroppo quella sera sia Laura che Paolo avrebbero dovuto dormire da un loro amico! Almeno i due avevano i cellulari per chiamare a casa?
Certo che no.
“Per fortuna un quarto d’ora fa ci siamo abbuffati al bar!” osò commentare sorridendo Laura. Era sempre così: sorridente, ottimista e calma. Poteva ritrovarsi nel cratere di un vulcano attivo e continuare a sorridere e trovare un aspetto buono, tipo: “Wow, non avevo mai visto un vulcano dall’interno!” Invece Paolo era tutto il contrario. Trovava sempre gli aspetti brutti, i difetti nascosti. Era un perfezionista e pessimista. Se una cosa non era esattamente come s’intendeva lui, non esisteva neppure. Ora, vi chiederete, come facevano questi due ‘alieni’ ad essere amici? Ovviamente con i soliti fattori: conoscenza sin dall’infanzia e stessa classe. Ma c’era una cosa che li differenziava più di ogni altra: Laura era una lettrice accanita, Paolo invece solo a sentir parlare di libri alzava gli occhi al cielo. Laura aveva provato innumerevoli volte a trasmettere la passione della lettura all’amico, ma niente: quel testardo rimaneva ben fermo sulla sua posizione. Per questo, la ragazza aveva un motivo in più per essere felice di rimanere chiusa in biblioteca con Paolo per dodici ore.
“Almeno hai qualcosa da mangiare?” sospirò lui, guardando la compagna con un’espressione speranzosa.
“Meno male che ti conosco meglio di tua madre” rise Laura, estraendo dalla borsetta quattro cioccolatini, una stecca di cioccolato e un pacchetto di cracker. “Siamo entrambi due che riescono a non mangiare per quattro ore. Dovremo cercare di non sprecare le provviste. Orologio?”
Paolo annuì e le mostrò il nuovo modello che portava al polso.
“Sei fortunata! L’ho comprato l’altro giorno, con timer”, annunciò fiero. Poi si batté una mano sulla fronte, mugolando. “Che stupido! A casa avevo quello anche con le chiamate e il GPS, mia mamma ha insistito che lo portassi in prima media, perché andavamo a piedi a scuola e tornavamo. Con quello poteva vedere dov'ero
“Ehi, chi lo sapeva che saremmo rimasti bloccati qui?” cercò di consolarlo Laura, con scarsi risultati. I due amici impostarono il timer sulle nove per la “cena”. Poi rimasero in silenzio. Laura cercava disperatamente qualcosa di buono da trovare in quella situazione. “Dai, per l’acqua c’è quella del lavandino della toilette, e non rischieremo di finirla! E … questa potrebbe essere un’occasione per avvicinarti ai libri!” Avrebbe fatto meglio a non dirlo: Paolo la gelò con lo sguardo. “Non ho la minima intenzione di aprire un solo libro in dodici ore, sia ben chiaro!” ribatté, serrando la mascella. “Come vuoi … “ ridacchiò Laura, alzandosi. Si diresse verso la sezione ragazzi.
Un’ora dopo …
“Laura! Laura! Ma dove diavolo ti sei cacciata?!”
Paolo digrignò i denti. Erano dieci minuti che si sgolava chiamando l’amica, che pareva essersi volatilizzata! Stava veramente per rompere una finestra e andarsene, quando sentì una voce allegra cinguettare: “ Paaoloo! Sono quiii!”
Il ragazzo si diresse a grandi falcate verso “l’Angolo delle Vetrate”, come lo chiamava Laura. Proveniva da lì la voce. Per un attimo il dodicenne pensò che la sua amica avesse provato ad attirare l’attenzione di qualcuno, ma subito dopo ricordò che anche le vetrate erano coperte dalla saracinesca. Sbirciò da dietro una libreria e vide la compagna di classe che … “Ma che hai combinato?!” gridò scioccato Paolo. Laura era circondata da alcune pile ordinate e in perfetto equilibrio di libri. “Sono tutti romanzi che ti potrebbero piacere!” esclamò la ragazza. Dopodiché, prese con cautela una pila di volumi fra le mani e la spostò accanto a un divanetto. “Ecco quelli che potrebbero andarti a genio! ‘I pirati di Mompracem’, ‘I ragazzi della via Pàl’, ‘Il Corsaro Nero’ …” Paolo interruppe la sfilza di classici nominati. “Stai scherzando spero!” sbuffò “Sono tutti dei mattoni barbosi, pesanti e lunghi!” Laura lo prese in giro “Be’, in realtà non si chiamano mattoni, ma libri, una parola sconosciuta e aliena! Comunque, anche se sono dei veri capolavori, c’è “Harry Potter”, tutta la saga. Tornando un po’ al classico, scommetto che adorerai “Sherlock Holmes” … Paolo rise. “Neanche morto!” Ma la ragazza non si diede per vinto. “Okay, allora …”
“Laura!” L’interpellata lasciò cadere il decimo libro che gli stava porgendo e ammutolì.
“Non ho nessuna voglia di leggere, o meglio torturare i miei occhi con volumi da ottocento pagine e passa!”
Silenzio.
“Va bene, sai che ti dico?” sbottò Laura “Uno: mi arrendo! Sei solo un ignorante che non capisce nulla! Ma va bene lo stesso! Poi rimpiangerai di non aver mai capito l’importanza dei libri! E DUE: con ottocento pagine e passa … c’è “Il Signore degli Anelli” di Tolkien!”
Si voltò furente. Non passarono due secondi che entrambi scoppiarono a ridere. Paolo si scusò. Subito dopo, però, si illuminò come una lampadina. “Mi è venuta un’idea!” strillò, correndo verso il bagno, seguito dall’amica. La quale non gli fece domande. Piuttosto, lo osservò attenta. Il ragazzo si arrampicò, sostenuto da lei, fino alla finestra.
“Non ci credo!” L’espressione allegra di poco prima si trasformò in rabbia. Paolo saltò a terra con gli occhi lucidi. “È chiusa!” strillò, con quanta voce aveva in gola. Cadde a sedere, nascondendosi il viso tra le mani. “Non resisterò mai altre dieci ore e mezza!” A quel punto, accadde una cosa davvero strana: invece di vedere un lato positivo come al suo solito, Laura circondò le spalle del coetaneo e stette zitta. Quello, stupito, la guardò sorridendo. “Sono stato un idiota prima.” La ragazza non intervenne. “Sai che ti dico? Consigliami un libro. Classico o no, non importa! Laura?” Lei sospirò “Ti ricordi alle elementari?” Paolo annuì. “Tutti mi consideravano un’aliena. Una strana. Tutti tranne te.” Abbassò gli occhi. “Ma non c’eri sempre. E così mi sono rifugiata nei libri. Paolo, i libri mi hanno tenuta in piedi. Non mi hanno mai abbandonato. Non ti possono tradire, ci sono sempre. Sono quegli amici magici che ti aspettano sempre sulla libreria, che risvegliano un sentimento di assoluta proprietà. Un libro diventa classico perché non viene più dimenticato. Gli amici e gli amori, beh, la maggior parte vanno e vengono! Ma, secondo te, come mai, dopo quasi duecento anni, leggi “I Promessi Sposi”?”
“Di Manzoni” non poté fare a meno di completare la citazione Paolo. Con questo suo intervento, Laura, come risvegliata, rise e si alzò. “Esatto! Senti, che ne dici di mangiare?” I due tornarono nella sezione ragazzi e lì, chiacchierando, “cenarono”. Non si parlò più di argomenti tristi. Tuttavia, mentre Laura si addormentò, Paolo non poté fare a meno di ripensare a tutto ciò che lei aveva detto. Non era mai stato appassionato di letteratura. La considerava una perdita di tempo, noiosa. Ma Laura non mentiva mai. E … e se davvero un libro potesse cambiarti la vita. Mentre si rigirava nella poltrona, sospirò. Forse doveva dare una possibilità alle storie e ai racconti. Si guardò intorno: le pile di volumi selezionati per lui da Laura erano ancora lì. Si avvicinò circospetto. Afferrò il primo libro che trovò. “Il Signore degli Anelli”, di Tolkien bisbigliò leggendo il titolo. Lo aprì con riluttanza, accarezzando le pagine un po’ ingiallite. Lesse le prime pagine con attenzione. Tuttavia dovette fermarsi a cercare di capire il significato. Per una volta, non mollò al primo tentativo. Quando Laura si risvegliò la prima cosa che fece fu guardare l’orologio da parete appeso sopra la finestra: le quattro in punto. Alzò le braccia per stiracchiarsi, ma fu distratta dal rumore di una mano che sfogliava una pagina. Nel silenzio, si sarebbe sentito un pensiero! Si alzò delicatamente e, in punta di piedi, sbirciò da dietro uno scaffale. Quello che vide la lasciò a bocca aperta! Paolo, seduto a gambe incrociate e con un libro in versione mattone fra le mani, leggeva con attenzione. Il suo sguardo seguiva veloce le parole, i suoi occhi brillavano di curiosità e interesse. Nemmeno una bomba sarebbe riuscita a distrarlo. Perciò Laura decise che non l’avrebbe fatto lei. Le dispiacque pensare che, tre ore dopo, tutto sarebbe finito. ‘No’ rifletté ‘Ho visto la sua espressione. Serena. Paolo non sarà più quello di prima, perché ha capito che il migliore amico che si può avere è un libro.
Tornò a rannicchiarsi sul divanetto e ricadde nel sonno, stavolta con un sorriso sulle labbra.
domenica 12 marzo 2017
IL TESORO DI ASHANTI
Questo è il secondo racconto giunto al concorso SMART WRITING.
CONTINUATE A RISPONDERE - QUI A FIANCO - SE VOLETE FAR PARTE DELLA GIURIA CHE DESIGNERÀ IL VINCITORE!!!
Quello che i suoi corsi di letteratura e cultura africana alla SOAS di Londra e la sua inseparabile Rough Guide non le avevano insegnato, Isabel lo apprese presto da sé in una sorta di corso accelerato, e la prima lezione la ebbe non appena mise piede alla stazione degli autobus della leggendaria città di Kumasi, nell'antico e glorioso regno degli Ashanti, dopo un lungo, soffocante ed estenuante viaggio iniziato parecchie ore prima all’alba ad Accra, con tante fantasie in testa, la maglietta ancora stirata e la lunga treccia di capelli castani ancora lucida e ben ordinata. La sua avventura a onor del vero era partita tre giorni addietro, quando in un pomeriggio di fine luglio, Isabel aveva lasciato l’aeroporto di Bologna zaino in spalla e visto fresco fresco sul passaporto per coronare il suo sogno – dopo tanti studi e una tesi di laurea sulla letteratura africana postcoloniale di lingua inglese– di poter finalmente metter piede in terra d’Africa.
Tra tutte le raccomandazioni che le avevano fatto prima della partenza ma che Isabel non aveva ascoltato, c’era quella di non salire sui tro-tro, pulmini popolari e così economici che i pezzi di lamiera che ne componevano la fantasiosa carrozzeria erano spesso tenuti insieme da corde, nastri adesivi o dai passeggeri stessi, stipati gli uni sugli altri –nessuno di quei mezzi di locomozione si sposta fino a che l’ultimo centimetro cubo non è stato occupato– in una mescolanza unica di colori, suoni e odori. I tro-tro potevano andare bene per gli spostamenti brevi o per la gente del posto, le avevano raccomandato nella capitale, ma per lunghe distanze meglio affidarsi agli autobus nazionali o ai treni che prendono gli uomini d’affari e tutti gli occidentali, più costosi ma più rapidi e sicuri soprattutto per una straniera come lei, sola, donna e persino bianca, che avrebbe fatto meglio ad andare ad abbronzarsi in Grecia con le amiche di corso. Lei invece, neanche a dirlo, aveva pensato che quei mezzi così pittoreschi sarebbero stati il suo primo contatto vero e diretto con i “locali”, e di certo aveva avuto quel che cercava nelle lunghe ore trascorse seduta su una panca di legno senza appigli a cui reggersi, ma da cui non avrebbe potuto in alcun modo cadere nemmeno alle buche più profonde della strada o alle svolte più brusche del conducente per mancanza di spazio tutt’attorno, stretta vigorosamente com’era da una giovane donna con due bellissime bambine piene di mosche e treccine sulle ginocchia da un lato e un’anziana signora senza denti e la sua belante capra in grembo dall’altro.
Alla stazione di Kumasi Isabel faticò a ri-distendere le giunture doloranti e appena scesa dal tro-tro respirò a pieni polmoni quell’aria un po’ polverosa di un pomeriggio afoso e senza sole - anche questo le avevano detto, che di quel periodo si andava verso la stagione delle piogge e il cielo sarebbe stato spesso coperto e quasi opprimente, ma lei stentava a crederlo e comunque di certo la sua pelle diafana ne avrebbe tratto riparo e giovamento. Non ebbe nemmeno il tempo di inspirare a fondo che già le si era radunato tutt’attorno un capannello ilare e chiassoso di marmocchi e ragazzini che le davano festosamente il benvenuto al suono, già divenuto in quei pochi giorni a lei familiare, di obroni a kwaaba (benvenuta ragazza bianca), e che tra risa e schiamazzi si rimbalzavano l’un l’altro il bagaglio che più in fretta di lei avevano recuperato dal pulmino. Fu allora che intervenne Cosby, di appena una spanna più alto dei compagni ma di certo più assennato e abituato ad avere a che fare con stranieri, e soprattutto con indifese pallide straniere, che con qualche incomprensibile richiamo, sibilante fischio e scappellotto ben piazzato, mise in fuga quell’improvvisato comitato d’accoglienza e restituì lo zaino ad Isabel, il tutto senza proferire parola e senza che lei dimostrasse in alcun modo di esserne la proprietaria, ma d'altronde di chi altri poteva essere quello zaino ferrino di un lilla e rosa fiammante legato sul tetto di un tro-tro nel cuore del Ghana?
Da allora Cosby divenne la sua ombra e la sua guida, il suo cicerone e protettore al tempo stesso, in effetti senza che lei glielo avesse chiesto, ma da quel primo approccio non ci fu più modo di toglierselo di torno e per la verità a lei non dispiacque avere un intermediario locale che parlava anche un po’ di inglese e si dimostrava così carino e cavaliere con lei, e che a mali estremi avrebbe anche potuto farle da guardia del corpo. Cosby la accompagnò in una prima passeggiata esplorativa di Kumasi, tra le sue vie in parte asfaltate ma in gran parte ancora di terra rossa battuta e i resti di architettura coloniale disseminati tra le capanne di fango e lamiera. Ma più della calura e della varietà urbanistica, Isabel rimase colpita da quel brulicare di persone così frenetico e vitale, da quella città così caotica e gremita di gente che correva come formiche impazzite. La sua Rough Guide diceva in effetti che sparsi sulle colline c’erano più di un milione di abitanti, ma a giudicare dalla densità umana delle vie che stava percorrendo scortata dal suo nuovo e ormai inseparabile amico, pareva che quel giorno fossero scesi tutti a valle ad aspettare il suo arrivo.
Ma il vero tesoro degli Ashanti Isabel lo trovò dove meno si sarebbe aspettata di trovarlo. Dopo quella prima passeggiata esplorativa, Cosby la prese per mano e accelerando il passo la condusse in un altro luogo a lui ben noto e familiare, il mercato centrale della città, un’enorme distesa di merce d’ogni sorta, da frutta e verdura variopinte a pezzi di ricambio di auto, da spezie multicolori a lingue e teste di scimmia, da vestiti e scarpe di marchi europei contraffatti fino all’artigianato tradizionale e agli abiti di prezioso e raffinato tessuto Kente, così sontuoso e sgargiante da essere anche molto costoso se fabbricato con la seta. “Quello di Kumasi è il mercato più grande dell’intero Ghana e uno dei più grandi d’Africa” diceva la Rough Guide che Isabel consultava sempre più a fatica mentre la sua guida in carne ed ossa la strattonava tra banchi e ambulanti disposti in maniera casuale e sovraffollata, costringendola ad un certo punto a chiudere quel grosso tomo e riporlo nello zaino, e ad affidarsi d'ora in poi unicamente ai suoi sensi. E davvero tutti i suoi sensi, nessuno escluso, rimasero rimasero travolti ed estasiati da quell'immersione tutta d'un fiato in quel mercato nel cuore dell'Africa, tra un popolo millenario e fiero, i cui sorrisi, saluti e schiamazzi rappresentavano la merce più preziosa e il tesoro più impagabile e che la fece in un baleno sentire accolta e "a casa" al suono cantilenato e ovunque gioiosamente ripetuto di obroni a kwaaba .
CONTINUATE A RISPONDERE - QUI A FIANCO - SE VOLETE FAR PARTE DELLA GIURIA CHE DESIGNERÀ IL VINCITORE!!!
Quello che i suoi corsi di letteratura e cultura africana alla SOAS di Londra e la sua inseparabile Rough Guide non le avevano insegnato, Isabel lo apprese presto da sé in una sorta di corso accelerato, e la prima lezione la ebbe non appena mise piede alla stazione degli autobus della leggendaria città di Kumasi, nell'antico e glorioso regno degli Ashanti, dopo un lungo, soffocante ed estenuante viaggio iniziato parecchie ore prima all’alba ad Accra, con tante fantasie in testa, la maglietta ancora stirata e la lunga treccia di capelli castani ancora lucida e ben ordinata. La sua avventura a onor del vero era partita tre giorni addietro, quando in un pomeriggio di fine luglio, Isabel aveva lasciato l’aeroporto di Bologna zaino in spalla e visto fresco fresco sul passaporto per coronare il suo sogno – dopo tanti studi e una tesi di laurea sulla letteratura africana postcoloniale di lingua inglese– di poter finalmente metter piede in terra d’Africa.
Tra tutte le raccomandazioni che le avevano fatto prima della partenza ma che Isabel non aveva ascoltato, c’era quella di non salire sui tro-tro, pulmini popolari e così economici che i pezzi di lamiera che ne componevano la fantasiosa carrozzeria erano spesso tenuti insieme da corde, nastri adesivi o dai passeggeri stessi, stipati gli uni sugli altri –nessuno di quei mezzi di locomozione si sposta fino a che l’ultimo centimetro cubo non è stato occupato– in una mescolanza unica di colori, suoni e odori. I tro-tro potevano andare bene per gli spostamenti brevi o per la gente del posto, le avevano raccomandato nella capitale, ma per lunghe distanze meglio affidarsi agli autobus nazionali o ai treni che prendono gli uomini d’affari e tutti gli occidentali, più costosi ma più rapidi e sicuri soprattutto per una straniera come lei, sola, donna e persino bianca, che avrebbe fatto meglio ad andare ad abbronzarsi in Grecia con le amiche di corso. Lei invece, neanche a dirlo, aveva pensato che quei mezzi così pittoreschi sarebbero stati il suo primo contatto vero e diretto con i “locali”, e di certo aveva avuto quel che cercava nelle lunghe ore trascorse seduta su una panca di legno senza appigli a cui reggersi, ma da cui non avrebbe potuto in alcun modo cadere nemmeno alle buche più profonde della strada o alle svolte più brusche del conducente per mancanza di spazio tutt’attorno, stretta vigorosamente com’era da una giovane donna con due bellissime bambine piene di mosche e treccine sulle ginocchia da un lato e un’anziana signora senza denti e la sua belante capra in grembo dall’altro.
Alla stazione di Kumasi Isabel faticò a ri-distendere le giunture doloranti e appena scesa dal tro-tro respirò a pieni polmoni quell’aria un po’ polverosa di un pomeriggio afoso e senza sole - anche questo le avevano detto, che di quel periodo si andava verso la stagione delle piogge e il cielo sarebbe stato spesso coperto e quasi opprimente, ma lei stentava a crederlo e comunque di certo la sua pelle diafana ne avrebbe tratto riparo e giovamento. Non ebbe nemmeno il tempo di inspirare a fondo che già le si era radunato tutt’attorno un capannello ilare e chiassoso di marmocchi e ragazzini che le davano festosamente il benvenuto al suono, già divenuto in quei pochi giorni a lei familiare, di obroni a kwaaba (benvenuta ragazza bianca), e che tra risa e schiamazzi si rimbalzavano l’un l’altro il bagaglio che più in fretta di lei avevano recuperato dal pulmino. Fu allora che intervenne Cosby, di appena una spanna più alto dei compagni ma di certo più assennato e abituato ad avere a che fare con stranieri, e soprattutto con indifese pallide straniere, che con qualche incomprensibile richiamo, sibilante fischio e scappellotto ben piazzato, mise in fuga quell’improvvisato comitato d’accoglienza e restituì lo zaino ad Isabel, il tutto senza proferire parola e senza che lei dimostrasse in alcun modo di esserne la proprietaria, ma d'altronde di chi altri poteva essere quello zaino ferrino di un lilla e rosa fiammante legato sul tetto di un tro-tro nel cuore del Ghana?
Da allora Cosby divenne la sua ombra e la sua guida, il suo cicerone e protettore al tempo stesso, in effetti senza che lei glielo avesse chiesto, ma da quel primo approccio non ci fu più modo di toglierselo di torno e per la verità a lei non dispiacque avere un intermediario locale che parlava anche un po’ di inglese e si dimostrava così carino e cavaliere con lei, e che a mali estremi avrebbe anche potuto farle da guardia del corpo. Cosby la accompagnò in una prima passeggiata esplorativa di Kumasi, tra le sue vie in parte asfaltate ma in gran parte ancora di terra rossa battuta e i resti di architettura coloniale disseminati tra le capanne di fango e lamiera. Ma più della calura e della varietà urbanistica, Isabel rimase colpita da quel brulicare di persone così frenetico e vitale, da quella città così caotica e gremita di gente che correva come formiche impazzite. La sua Rough Guide diceva in effetti che sparsi sulle colline c’erano più di un milione di abitanti, ma a giudicare dalla densità umana delle vie che stava percorrendo scortata dal suo nuovo e ormai inseparabile amico, pareva che quel giorno fossero scesi tutti a valle ad aspettare il suo arrivo.
Ma il vero tesoro degli Ashanti Isabel lo trovò dove meno si sarebbe aspettata di trovarlo. Dopo quella prima passeggiata esplorativa, Cosby la prese per mano e accelerando il passo la condusse in un altro luogo a lui ben noto e familiare, il mercato centrale della città, un’enorme distesa di merce d’ogni sorta, da frutta e verdura variopinte a pezzi di ricambio di auto, da spezie multicolori a lingue e teste di scimmia, da vestiti e scarpe di marchi europei contraffatti fino all’artigianato tradizionale e agli abiti di prezioso e raffinato tessuto Kente, così sontuoso e sgargiante da essere anche molto costoso se fabbricato con la seta. “Quello di Kumasi è il mercato più grande dell’intero Ghana e uno dei più grandi d’Africa” diceva la Rough Guide che Isabel consultava sempre più a fatica mentre la sua guida in carne ed ossa la strattonava tra banchi e ambulanti disposti in maniera casuale e sovraffollata, costringendola ad un certo punto a chiudere quel grosso tomo e riporlo nello zaino, e ad affidarsi d'ora in poi unicamente ai suoi sensi. E davvero tutti i suoi sensi, nessuno escluso, rimasero rimasero travolti ed estasiati da quell'immersione tutta d'un fiato in quel mercato nel cuore dell'Africa, tra un popolo millenario e fiero, i cui sorrisi, saluti e schiamazzi rappresentavano la merce più preziosa e il tesoro più impagabile e che la fece in un baleno sentire accolta e "a casa" al suono cantilenato e ovunque gioiosamente ripetuto di obroni a kwaaba .
giovedì 9 marzo 2017
DIVIDE ET IMPERA OGGI PIU' DI ALLORA
Iniziamo oggi la pubblicazione dei racconti che hanno partecipato a SMART WRITING.
Vorremmo che foste voi lettori a designare il racconto vincitore, cosa ne dite? RISPONDETE AL SONDAGGIO
Vorremmo che foste voi lettori a designare il racconto vincitore, cosa ne dite? RISPONDETE AL SONDAGGIO
DIVIDE ET IMPERA OGGI PIÙ DI ALLORA.
“Nonno
come stai?”
“Come un vecchio di novant’anni! Dimmi tu piuttosto?”
“Io? Come un quarantenne nel paese del cazzeggio! Ho dovuto chiudere la mia attività e non trovo uno straccio di lavoro, ma la salute va bene.”
“Ogni generazione affronta le proprie difficoltà!”
“Tu nonno sei passato anche sotto la dittatura….”
“Perché pensi sia cambiato qualcosa? Ai miei tempi non potevamo parlare, oggi parla, parla e vedi chi ti ascolta!”
“Ora però abbiamo internet! Attraverso la rete le informazioni viaggiano raggiungendo tutti, siamo più informati, coscienti di cosa succede e c’è molta rabbia in giro. Presto o tardi qualcosa dovrà succedere.”
Il vecchio fa una piccola risata sarcastica.
“Io non conosco bene quello di cui tu parli, tuttavia pensi veramente che chi ha creato questa cosa non la sappia sfruttare meglio di chi la usa? Sei veramente sicuro che tutti i leoni che ruggiscono attraverso i computer siano realmente quello che dicono? E anche se lo fossero sarebbero capaci di far seguire azioni concrete alle loro parole? Hanno paura di Mussolini ancora oggi dopo più di 70 anni che è morto. Se non veniva l’occupazione americana….”
“Ma nonno gli americani ci hanno liberato!”
“Nipote mio, non sempre chi ti tira fuori dalla merda lo fa perché ti vuole bene!”
Attimi di silenzio, poi l’anziano:
“I grandi poteri economici sovranazionali dirigono a loro piacimento le politiche dei vari paesi. Nel nostro poi hanno trovato un humus particolare. Grazie all’intera vecchia classe politica, che per generazioni ha distrutto sistematicamente ogni cosa dove ha messo le mani. Manovrati dai suddetti, coscientemente e non, facendo i loro interessi e preoccupandosi solo di allargare il consenso per avere sempre maggiori ritorni personali infischiandosene di una pianificazione seria per il futuro del paese. Buttando di fatto nel cesso il domani delle nuove generazioni. Sapendo benissimo che un popolo unito può essere una brutta bestia, ma diviso diviene mansueto e facilmente controllabile. Hanno applicato magistralmente, in questa bella repubbli delle banane, una vecchia lezione dei nostri antichi avi: divide et impera!”
Fa una breve pausa, poi riprende.
“Troppa gente vive comodamente all’ombra di questo sistema in un vasto ed intricato sottobosco di privilegi e prebende. Poi ci sono i ricchi, per nulla attaccati dalla crisi anzi addirittura hanno perfino aumentato il loro benessere. Nessuno di questi ha interesse a cambiare la situazione. Tutto sommato però il grosso della popolazione è concentrato nella classe media, volutamente falcidiata e sistematicamente distrutta perché divisa in mille rivoli. Gli autonomi contro gli operai, i titolari di partite iva calunniati come evasori, mentre gli operai sono sfruttati ed i sindacati ci inzuppano il pane a braccetto con la politica. Gli ordini professionali considerati come centri di privilegi e le piccole produzioni locali visti come nemici della società. Perfino i pensionati sono divisi: tra i poveri minimi indifesi e continuamente vessati, poi via via salendo la scala su verso i più fortunati fino all’olimpo dei vitalizi! Una guerra tra poveri e mentre ci fanno scannare si consumano le piccole tragedie quotidiane, gente lasciata sola senza più dignità si suicida piuttosto che sopportare la vergogna. Altri scivolano silenti nella povertà più assoluta divenendo di fatto degli invisibili, barboni che campano alla giornata raccattando un pasto come possono e dormendo in ripari di fortuna. Altra categoria privilegiata sono i disonesti e delinquenti di ogni razza e risma. Le eccelse guide della nazione, oltre ad appartenere ampiamente alla categoria, sanno benissimo che sarebbero i primi a ribellarsi ed allora li tengono buoni rispondendo con la costante ritirata dello stato nel garantire la giustizia agli onesti. Anzi ne stanno importando massicciamente come futuro serbatoio di consensi per rimpiazzare i vuoti creati dalla diserzione dei cittadini. Trascurando però un particolare importante, i nuovi venuti non sono pecoroni ammansiti, ma cani rabbiosi pronti a mordere la mano del padrone non appena ne avranno la possibilità. Hanno sostituito il circo con il calcio ed il pane con i ristoranti ma per il resto la sostanza quella è.”
“Come si potrebbe fermare tutto questo?”
“La gente comune deve rimboccarsi le maniche e riprendere in mano l’amministrazione della cosa pubblica. Portare fuori dalle segrete stanze dei palazzi i loschi inciuci ed esercitare la democrazia, quella vera, nelle pubbliche piazze. Che sia il popolo stesso investito a prendere le importanti decisioni che riguarderanno il proprio futuro. Con le diavolerie moderne non dovrebbe essere poi così difficile, le difficoltà vere stanno nello smuovere gli animi e nello scardinare questo sistema di potere dove i pochi controllano le moltitudini.”
“Nonno, la tua è una soluzione fantastica!”
“No nipote mio, è solo la visione di un vecchio stanco. Ieri come oggi e anche domani sempre il divide et impera dominerà questo popolo.”
“Come un vecchio di novant’anni! Dimmi tu piuttosto?”
“Io? Come un quarantenne nel paese del cazzeggio! Ho dovuto chiudere la mia attività e non trovo uno straccio di lavoro, ma la salute va bene.”
“Ogni generazione affronta le proprie difficoltà!”
“Tu nonno sei passato anche sotto la dittatura….”
“Perché pensi sia cambiato qualcosa? Ai miei tempi non potevamo parlare, oggi parla, parla e vedi chi ti ascolta!”
“Ora però abbiamo internet! Attraverso la rete le informazioni viaggiano raggiungendo tutti, siamo più informati, coscienti di cosa succede e c’è molta rabbia in giro. Presto o tardi qualcosa dovrà succedere.”
Il vecchio fa una piccola risata sarcastica.
“Io non conosco bene quello di cui tu parli, tuttavia pensi veramente che chi ha creato questa cosa non la sappia sfruttare meglio di chi la usa? Sei veramente sicuro che tutti i leoni che ruggiscono attraverso i computer siano realmente quello che dicono? E anche se lo fossero sarebbero capaci di far seguire azioni concrete alle loro parole? Hanno paura di Mussolini ancora oggi dopo più di 70 anni che è morto. Se non veniva l’occupazione americana….”
“Ma nonno gli americani ci hanno liberato!”
“Nipote mio, non sempre chi ti tira fuori dalla merda lo fa perché ti vuole bene!”
Attimi di silenzio, poi l’anziano:
“I grandi poteri economici sovranazionali dirigono a loro piacimento le politiche dei vari paesi. Nel nostro poi hanno trovato un humus particolare. Grazie all’intera vecchia classe politica, che per generazioni ha distrutto sistematicamente ogni cosa dove ha messo le mani. Manovrati dai suddetti, coscientemente e non, facendo i loro interessi e preoccupandosi solo di allargare il consenso per avere sempre maggiori ritorni personali infischiandosene di una pianificazione seria per il futuro del paese. Buttando di fatto nel cesso il domani delle nuove generazioni. Sapendo benissimo che un popolo unito può essere una brutta bestia, ma diviso diviene mansueto e facilmente controllabile. Hanno applicato magistralmente, in questa bella repubbli delle banane, una vecchia lezione dei nostri antichi avi: divide et impera!”
Fa una breve pausa, poi riprende.
“Troppa gente vive comodamente all’ombra di questo sistema in un vasto ed intricato sottobosco di privilegi e prebende. Poi ci sono i ricchi, per nulla attaccati dalla crisi anzi addirittura hanno perfino aumentato il loro benessere. Nessuno di questi ha interesse a cambiare la situazione. Tutto sommato però il grosso della popolazione è concentrato nella classe media, volutamente falcidiata e sistematicamente distrutta perché divisa in mille rivoli. Gli autonomi contro gli operai, i titolari di partite iva calunniati come evasori, mentre gli operai sono sfruttati ed i sindacati ci inzuppano il pane a braccetto con la politica. Gli ordini professionali considerati come centri di privilegi e le piccole produzioni locali visti come nemici della società. Perfino i pensionati sono divisi: tra i poveri minimi indifesi e continuamente vessati, poi via via salendo la scala su verso i più fortunati fino all’olimpo dei vitalizi! Una guerra tra poveri e mentre ci fanno scannare si consumano le piccole tragedie quotidiane, gente lasciata sola senza più dignità si suicida piuttosto che sopportare la vergogna. Altri scivolano silenti nella povertà più assoluta divenendo di fatto degli invisibili, barboni che campano alla giornata raccattando un pasto come possono e dormendo in ripari di fortuna. Altra categoria privilegiata sono i disonesti e delinquenti di ogni razza e risma. Le eccelse guide della nazione, oltre ad appartenere ampiamente alla categoria, sanno benissimo che sarebbero i primi a ribellarsi ed allora li tengono buoni rispondendo con la costante ritirata dello stato nel garantire la giustizia agli onesti. Anzi ne stanno importando massicciamente come futuro serbatoio di consensi per rimpiazzare i vuoti creati dalla diserzione dei cittadini. Trascurando però un particolare importante, i nuovi venuti non sono pecoroni ammansiti, ma cani rabbiosi pronti a mordere la mano del padrone non appena ne avranno la possibilità. Hanno sostituito il circo con il calcio ed il pane con i ristoranti ma per il resto la sostanza quella è.”
“Come si potrebbe fermare tutto questo?”
“La gente comune deve rimboccarsi le maniche e riprendere in mano l’amministrazione della cosa pubblica. Portare fuori dalle segrete stanze dei palazzi i loschi inciuci ed esercitare la democrazia, quella vera, nelle pubbliche piazze. Che sia il popolo stesso investito a prendere le importanti decisioni che riguarderanno il proprio futuro. Con le diavolerie moderne non dovrebbe essere poi così difficile, le difficoltà vere stanno nello smuovere gli animi e nello scardinare questo sistema di potere dove i pochi controllano le moltitudini.”
“Nonno, la tua è una soluzione fantastica!”
“No nipote mio, è solo la visione di un vecchio stanco. Ieri come oggi e anche domani sempre il divide et impera dominerà questo popolo.”
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