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domenica 16 ottobre 2016

IN ATTESA

Visto che quasi trecento persone hanno letto il primo episodio, ho deciso di scrivere il secondo de
LA FAMIGLIA BOSCIARQI
Al più presto lo pubblicherò...
Siete comunque invitati tutti ad inviare le vostre proposte alla mail del blog.
Facciamo vivere tante avventure a questa stramba famiglia!!!

giovedì 13 ottobre 2016

I MISTERI DELLA GRANDE FORESTA

Ugo si trasferisce in una casetta ai margini della grande foresta. Arrampicandosi da un albero all'altro, il giovane si addentra tra la fitta vegetazione dove incontra Lord Serpi, capo di tutti i serpenti. Un essere diabolico. Ma la foresta nasconde altri bizzarri individui: i blat, creature piccolissime con gli occhi enormi. Purtroppo, uomini e serpenti hanno stretto un  patto per distruggere questi piccoli esserini. La loro unica salvezza è trovare al più presto il tesoro per sfuggire alla terribile minaccia.
Come sempre, nelle storie semplici, scritte per i più piccoli, si cela un insegnamento anche per i più grandi. In questo caso, l'autore - Michael Stephens - vuole metterci in guardia dall'egoismo.
Una lettura scorrevole, senza troppe pretese. L'idea è bella ma certo non innovativa.

lunedì 10 ottobre 2016

SPECIALE A CASA BOSCIARQI

murodilibri@libero.it

Di
Lorenzo Bosi

“Tre, due, uno. Sei in onda!”
sullo schermo apparve il volto sorridente di Nino, armato di un microfono nero.
“Carissimi telespettatori di TeleNatura, per il nostro speciale di oggi siamo arrivati fino a Freudaccio e, in questo preciso istante, ci troviamo davanti alla dimora dei Bosciarqi. Una famiglia che ha fatto del rispetto della natura la propria ragione di vita”.
Il giornalista era di qualche anno sotto la trentina, aveva occhi vispi e capelli neri. L’inquadratura passò quindi ad una cancellata avvolta dalla vegetazione. Al di là di essa s’innalzava un ammasso di erbacce, alberi e frasche dalle dimensioni di un palazzo.
“Proprio così”, proseguì la voce fuoricampo del cronista. “Sotto questa montagna di erba c’è la loro casa ed ora seguitemi, incontreremo i componenti della famiglia”.
Detto questo, il ragazzo aprì il cancello e, seguito dal cameraman e dal tecnico del suono, si addentrò in un tunnel di sterpaglie.
Sembrava una giungla vera e propria. Decine e decine di liane ciondolavano dall’alto e le orecchie dei tre operatori erano allietate dal piacevole cinguettio di uccellini che svolazzavano piacevolmente da un ramo all’altro. Dopo qualche metro, giunsero ad una strettoia che sembrava l’ingresso di una grotta.
“Che dire, la famiglia Bosciarqi vive letteralmente a contatto con la natura”, tornò a dire Nino. “Questa dovrebbe essere l’entrata. Venite con me”, disse ammiccando alla telecamera.
“Superato l’ingresso, entreremo nel salone dove ci aspettano i padroni di casa. Ora…”, s’interruppe e guardò verso il basso.
Uno strano ammasso di foglie e ramoscelli, spuntato da chissà dove gli era andato a cozzare contro le gambe.
“Che diavolo è?”, gridò Lollo, il tecnico. Un ragazzone alto e grosso e con la faccia da bamboccione.
“Niente di grave, amici”. Il giornalista riprese in mano la situazione. “Si tratta di un semplice cespuglio…un po’ vivace, forse” e deglutì rumorosamente.
“Dodo”, proseguì con un sorriso di circostanza, “inquadra verso il basso”
In effetti l’Eucalipto era vivo, animato. Non si trattava di una pianta qualunque, il piccolo cespuglio ovale muoveva i ramoscelli come fossero piccole braccia.
“Presto scopriremo chi c’è lì sotto”. Nino tentò di giustificare l’inusuale creatura.
“Liptolo, Liptolo, non disturbare i nostri ospiti!”
Poco dopo apparve la proprietaria della voce gracchiante che aveva parlato o meglio cantilenato quella frase.
La telecamera inquadrò Amaranda Bossarki. Una donna sulla quarantina. A dire il vero più che di un essere umano, aveva l’aspetto di un profiterol ambulante, ricoperto di una glassa multicolore. Alta circa centocinquanta centimetri per altrettanti chilogrammi di peso, la padrona di casa era un inno alla stravaganza. I capelli giallo ocra erano cortissimi e circondati da una corona di fiori finti. L’abito elasticizzato color fucsia e verde ridicolizzava ulteriormente le sue abbondanti rotondità e gli occhi piccolissimi, praticamente due minuscole fessure, faticavano ad aprirsi dietro le grosse guance. La bocca era un taglio orizzontale sotto al naso a patata. Per concludere, Amaranda aveva la pelle bianchissima con sgradevoli escrescenze rossastre.
“Venite avanti, mio marito e i ragazzi sono in soggiorno”, cantilenò la bizzarra signora prima di ingurgitare una capiente ciotola di miele. “E’ ottimo! I quattro alveari che tengo in camera da letto mi forniscono questo meraviglioso nettare”.
“Tiene gli alveari in camera da letto?”, domandò Nino, sconcertato.
“Certo, le mie apine mi tengono tanta compagnia. Dopo ve le farò conoscere, ne saranno felici”.
“Le api?”
“Certo, stavo parlando di loro”.
Amaranda guardò dentro la telecamera e fece un sorriso smagliante.
“Forza Liptolo, andiamo in soggiorno”, aggiunse, rivolgendosi al cespuglio che subito iniziò a zampettare.
“Ma si muove da solo? Insomma, è vivo o c’è qualcuno sotto?”, domandò il giornalista mentre seguiva la strana coppia.
“Qualcuno sotto? Che domanda ridicola”.
La signora Bosciarqi rise a squarciagola.
Superato il tunnel, o meglio, oltrepassato il corridoio, la troupe entrò in un ambiente straordinariamente ampio di forma indefinibile e illuminato da quattro aperture rotonde. A questo punto, la telecamera indugiò sulla vegetazione incolta che avvolgeva ogni cosa. Pareti, soffitto e pavimento erano completamente ricoperti da uno spesso strato di verde e, anche qui, ciondolavano liane e sterpaglie sulle quali giocherellavano frotte di animali di ogni razza. C’erano uccelli, roditori, gatti, cani, piccoli rettili e insetti che vivevano tra quelle singolari mura domestiche.
Tenendo il cespuglio ambulante per un rametto, Amaranda raggiunse una roccia levigata adagiata sul pavimento d’erba e si accomodò tra le due persone che erano già sedute.
Sulla sinistra del teleschermo stava il signor Bosciarqi. L’uomo, all’incirca della medesima età della moglie, era alto e secco all’inverosimile. Era addirittura sproporzionato tanto che la giacca nera, perfettamente in misure sulle spalle, aveva le maniche che gli arrivavano ai gomiti, l’avambraccio restava scoperto e terminava con la mano, grande come una pala. Stessa cosa per i pantaloni grigi che gli coprivano a malapena le ginocchia ossute.
Il viso era scarno, gli occhi grandi erano marroni e le lunghe ciglia, finivano con un ricciolo. Anche le sopracciglia erano super sviluppate, talmente rigogliose da sembrare posticce.
“Benarrivati, vi stavamo aspettando”.
Abies salutò i nuovi arrivati mantenendo un’espressione ebete in volto.
“Sai caro, il ragazzo mi ha chiesto se sotto Liptolo c’è nascosto qualcuno”, intervenne la moglie, sorridendo divertita.
“Non capisco, chi dovrebbe esserci?”
“No, no signor…Bosciarqi, è una cosa…normalissima”, balbettò Nino, non più tanto convinto che lo speciale in quella gabbia di matti fosse stata una buona idea.  
“Siamo felici di avervi qui”.
Probabilmente era stata la figlia a parlare o, per lo meno, era stata l’unica ad aver mosso le labbra, anche se in modo appena percettibile.
Alaja Bossarki, alla destra del teleschermo, era la tristezza fatta a persona. La pelle, i capelli –  se quella calotta cinerea che aveva sulla testa erano i suoi capelli  – le labbra, gli occhi, tutto era grigio, di diverse tonalità ma pur sempre grigio era. Una Pinocchio di pietra. Almeno il vestito era di un più allegro color verde.
“Bene, se non sbaglio tu sei Alaja, la naturalista più intransigente della famiglia”, riprese la parola Nino mentre il microfono a giraffa raggiungeva la ragazzina.
“Sì, io non riuscirei mai a sopportare che una creatura, animale o vegetale che sia, possa soffrire a causa mia”, spiegò la bimba di dieci anni, con gli occhi fissi sulla camera come se volesse ipnotizzare i telespettatori. “E’ per questo che mi nutro solo ed esclusivamente di pietre”.
“Cos’è che mangi?”, domandò Nino, strabuzzando gli occhi. Era certo che Alaja lo stesse prendendo in giro.
“Pietre”, ribadì lei come se si trattasse della cosa più naturale del mondo. Poi ne estrasse una dalla tasca. “Da piccola ho iniziato a mangiare la sabbia poi sono passata alla ghiaia ed ora sono in grado di sbriciolare qualsiasi tipo di roccia”.
E per dimostrare ciò che aveva appena detto, azzannò il sasso e lo spezzò.
“Po…po…posso vedere?”, balbettò Nino, prendendo in mano lo spuntino della bambina. Lo esaminò alcuni istanti poi lo mise a favore di telecamera.
“Non ho parole. Si tratta di una pietra autentica”, commentò il ragazzo mal celando il forte imbarazzo.
“Alaja devi dire tutta la verità, altrimenti la gente penserà che sei una ragazza strana”, intervenne la voce cantilenante di Amaranda. “Mia figlia non mangia solo pietre, integra la sua alimentazione con del terriccio nutriente, altrimenti mica avrebbe la pelle così vellutata”, concluse, sorridendo.
“Ce… certamente, che altro se non del buon terriccio?”, ripeté il giornalista. Poi si schiarì la voce e cercò di portare avanti la più strampalata intervista della sua carriera. “Ma non dovrebbe esserci un altro componente della famiglia?
“Sì, un attimo che chiamo Arame. Sapete, nostro figlio sta schiacciando un pisolino nello stagno. Ora lo sveglio”, rispose Abies che faticò a sollevarsi sulle lunghe gambe traballanti.
Il cameraman e il tecnico del microfono seguirono gli spostamenti dello spilungone.
“Ha detto che suo figlio dorme nello stagno?”, domandò Nino sempre più incredulo.
“Sì, non riesce a prendere sonno se non sta insieme al suo piranha”, spiegò l’uomo. Poi si sconquassò in una risata cavernosa.
Giunto al centro del grande soggiorno, Abies si fermò a raccogliere un sasso dal pavimento. Ondeggiando sui lunghi trampoli in carne ed ossa, si rialzò e lo gettò a terra. Gli schizzi che si sparsero ovunque rivelarono che lì sotto c’era una pozza d’acqua, celata dalla vegetazione.
I tre inviati si scambiarono un’occhiata tutt’altro che tranquillizzante.
Quando poi videro spuntare un bambino con la pelle traslucida da sotto la melma, gli ospiti rimasero bloccati ed ammutoliti. Arame, il figlio di otto anni dei Bosciarqi, era completamente bagnato e vestito di un costume striminzito. Senza salutare, si tolse alcune alghe di dosso e prese a mangiarle.
“Volete gradire?”, domandò poi agli ospiti, allungando un braccio ancora avvolte dalle piante acquatiche.
“No, no, no, no che schifezza e mai questa?”, domandò Nino ad alta voce. Poi si ricordò di essere in onda.
“Chiudi, chiudi tutto! Manda la pubblicità”, ordinò al cameraman, ormai certo di aver rovinato il servizio.
“Cosa succede?”
Arame non riusciva a capire a cosa fosse dovuto tutto quel nervosismo.
“Calma, calma, portiamo a termine questo speciale”, disse Nino, respirando profondamente. “Accendi di nuovo la telecamera”
“Tre, due, uno. Sei in onda”.
“Ciao Arame, siamo di TeleNatura e i nostri telespettatori vogliono conoscere la tua straordinaria famiglia. E’ bello sapere che ci sono persone come voi che vivono a stretto contatto con la natura e che non sono inquinate dalla modernità imperante. Come si svolge la tua giornata tipo?”.
Il giornalista sembrava aver ripreso padronanza delle proprie azioni.
“Be’, quando torno da scuola mi rilasso nello stagno in compagnia di Sdento, il mio piranha”, spiegò il ragazzino mentre i tre operatori ebbero un nuovo moto di sconcerto. “Poi però quando mi sveglio mi viene una gran fame. A proposito, volete favorire?”, ci riprovò Arame, porgendo un’alga a Nino.
Il primo piano rivelò che la mano del ragazzino era palmata. Una spessa membrana di pelle univa lo spazio tra un dito e l’altro.
“Ma…cosa sei?”
Il microfonista arretrò e cadde a terra, spezzando in due l’asta del microfono.
“No! La giraffa!”, gridò il cameraman.
La telecamera inquadrò il viso sconvolto di Nino che guardava verso un punto idefinito. La bocca del giovane era aperta ma non usciva alcun suono.
“Che c’è?”, gli chiese il collega.
Con un dito, l’inviato indicò a Dodo un punto alle sue spalle.
L’inquadratura si spostò quindi di centottanta gradi dove una giraffa in carne ed ossa incombeva sul povero microfonista, leccandogli la testa con la lunga lingua verde.
“Carissimi telespettatori”, riprese la parola Nino ormai in evidente crisi di nervi,
“interrompiamo qui lo speciale di oggi. Andrà ora in onda, fuori programma, il documentario “Paradisi sommersi”. Buona visione”.
“Ma come?” si udì la voce di Amaranda, fuori campo. “Non avete ancora incontrato Ruzzola, la puzzola di Agata e nemmeno le mie favolose api”.
“Dove andate? Anche Sdento vuole essere ripreso”, le fece eco Arame.
La telecamera si oscurò e i tre operatori si scapicollarono fuori da casa Bosciarqi, lasciando interdetti i padroni di casa.
“Certa gente non la capisco proprio. Prima chiamano la giraffa poi quando arriva, se la danno a gambe” si meravigliò Abies senza tuttavia scomporsi minimamente.
“Non preoccuparti caro, il mondo è pieno di gente strana”, gli rispose la moglie.

FINE EPISODIO
UNO


domenica 9 ottobre 2016

RESTATE SINTONIZZATI

murodilibri@libero.it

A BREVE VERRÀ PUBBLICATA LA PRIMA, BREVE STORIA DE LA FAMIGLIA BOSCIARQI.
SPERO DI AVERE I VOSTRI COMMENTI ALLA MAIL DEL BLOG.
SIETE PRONTI?
NEL FRATTEMPO, POTETE CONOSCERE I COMPONENTI DELLA FAMIGLIA, NEL POST PRECEDENTE.

giovedì 6 ottobre 2016

LA FAMIGLIA BOSCIARQI - PRESENTAZIONE

I Bosciarqi vivono alla periferia di Freudaccio, un piccolo paese che si affaccia sullo splendido Lago Secco.
La casa della famiglia è immersa nel verde anzi, per meglio dire, ne è completamente invasa. Piante, rovi, rampicanti, siepi, erba infestante e arbusti di ogni genere sono cresciuti ovunque e si sono impossessati di ogni centimetro della dimora. Convivere coi Bosciarqi è l'incuno più grosso dei loro compaesani che vorrebbero cacciarli una volta per tutte e, subito dopo, abbattere quell'orribile abitazione.
Veniamo ora alla presentazione dei componenti della famiglia.
Abien: il padre. È un uomo sulla quarantina. Alto e secco in maniera sproporzionata, fatica a trovare l'abbigliamento che gli calzi a pennello. Le giacche, se sono giuste come larghezza - o strettezza - spalle, hanno poi le maniche che non superano il livello dei gomiti. Soprattutto in inverno, quando il freddo si fa pungente, è costretto ad aggiungere (orrendi) scampoli di stoffa posticcia. Stesso problema coi pantaloni. Se sono perfetti in vita, gli arrivano poi a metà polpaccio.
Ha il viso molto lungo, tanto da sembrare una ciabatta e gli occhi, con le estremità cadenti, sono di color marrone. Una nota particolare va riservata alle foltissime sopracciglia che posseggono vita propria e si spostano sulla fronte dell'uomo come fossero una coppia di bruchi pelosi. 
Ha una costante espressione da ebete.
Si nutre principalmente di aghifoglie e, per questo, la lingua del signor Bosciarqi è spessa, lunga e di color verde...quella di una giraffa, insomma.
Amaranda: moglie di Abes. È anche lei sulla quarantina. Al contrario del marito però non supera i centocinquanta centimetri di altezza ed è corpulenta. Ha la faccia gonfia come un pallone, il naso è a patata e gli occhietti verdi faticano ad aprirsi, dietro le grosse guance rosse. Tiene i capelli, giallo ocra, tagliati a spazzola e adornati da decine di fiori finti. Indossa vestiti sgargianti ed elasticizzati che mettono in ulteriore evidenza le sue esuberanti rotondità. Mangia soprattutto il miele prodotto dai suoi quattro alveari domestici da cui non vuole mai allontanarsi. Per questa ragione li tiene in camera da letto. Quando è sotto pressione, la donna, inizia a tremare e, poco dopo, ad espellere una sostanza verdognola e appiccicosa dalle orecchie e dal naso... a quanto pare questa 'linfa' è una prelibatezza per le sue api che, ogni volta, si gettano in massa su di essa.
Alaja: la figlia di dieci anni. È un'ecologista estrema e mangia solo pietre. A volte, dietro insistenza della madre, si concede un po' di terriccio per integrare il suo regime alimentare, altrimenti troppo povero. Praticamente la ragazzina sembra una fotografia in bianco e nero. A causa dell'alimentazione, al posto dei capelli, le è cresciuta una calotta rocciosa che può togliere e mettere a mo' di casco protettivo. Anche la pelle ha risentito del nutrimento a base di pietre ed è divenuta grigia e ruvida come il cemento. Almeno i lineamenti del viso della giovane Bosciarqi sono abbastanza regolari nonostante la sua totale inespressività e gli occhi tondi come bottoni. La voce ha un suono sgradevole ed è pure monotono. Ultima particolarità: veste solo color verde.
Arame: fratello di Alaja. Ha otto anni ed è secco quasi quanto il padre. Ha lunghi capelli rossi simili ad alghe che, fra l'altro, sono pure il suo piatto preferito. I piedi e le mani sono palmati e ama stare in acqua. Nel soggiorno dell'abitazione, incassato tra la rigogliosa vegetazione, c'è pure un piccolo stagno in cui, ogni giorno, il giovane schiaccia un pisolino in apnea. Quando può, evita di vestirsi, tranne per lo striminzito costume di stracci che indossa perennemente. Ha gli occhi color ghiaccio e la pelle traslucida. A prima vista - ma anche a seconda e a terza - può sembrare un essere alieno.
La  casa della famiglia Bosciarqi è piena di altri ospiti. Oltre ai quattro alveari di Amaranda, c'è Malassa la giraffa che è l'animale preferito di Abien con cui, spesso e volentieri, l'uomo si fa scorpacciate di spine d'acacia. Poi abbiamo Frulla, la puzzola di Alaja, Sdenti, il piranha di Arame ed infine Liptolo, il cespuglio animato di Eucalipto che va a zonzo tra le stanze erbose della stramba dimora.


Chi se la sente di scrivere la prima avventura????

lunedì 3 ottobre 2016

APPUNTI DI VIAGGIO 7^ e ultima parte

È ora di rientrare! Arrivederci Tel Aviv. Alla prossima, Israele. Io e Gigi qua ci stiamo benissimo.
La nostra seconda patria, se ne avessimo una prima! Sì perché l'Italia, negli ultimi anni, ci sta riservando troppe delusioni. Ahinoi, non è più quella di una volta...

Abbiamo fatto colazione ed ora dobbiamo riconsegnare le bici. 

BENE, ANDIAMO!!!

Ci inseriamo nel traffico caotico della città - ormai siamo diventati espertissimi a zigzagare tra le auto strombazzanti - diretti al negozio in cui abbiamo noleggiato i nostri velocipedi. Dopo 5 minuti, vedo il viso di Gigi oscurato da un velo di preoccupazione.

'Cos'hai?', gli chiedo. Ma sono sicuro che si tratti dell'amarezza di dovercene andare...e invece no!

'Lò, non mi ricordo dove si trova il negozio!!' mi risponde. La faccia è una maschera di preoccupazione e, pochi istanti dopo, la mia diventa lo specchio della sua. Gigi lo sa benissimo...ho un senso dell'orientamento che è pari a zero. Ad essere sincero potrei liberamente scendere all'infinito tra i numeri negativi e non trovare il mio livello.

SANTI NUMI!!!

Iniziamo a circolare senza meta. Svolta a destra, svolta a sinistra...volta, rivolta e torna a rivoltare all'infinito ma niente!!! AIUTO!!! Come diavolo si chiama quell'accidenti di via???? Non potevamo guardarci prima??? No, noi no!!! Come qualche anno fa quando perdemmo le bici all'autostazione centrale: DUE CIALTRONI!!

Io credo davvero che i matti e gli ubriachi abbiano un santo solo per loro. Non so in quale delle due categorie inserire me e Gigi... forse in entrambe. Ma noi siamo sbronzi senza bere!!! Fatto sta che il negozio ci passa di fianco...

'ECCOLO!!!!!' grido. Di colpo, mi sento dueci anni in meno sul groppone!!!

Consegnamo i mezzi e via!!!! Verso il Ben Gurion... l'aeroporto più sicuro del mondo, a bordo di un taxi.

Alla faccia dei controlli! Qua non si scherza per niente. Prima ancora di arrivare, uno schieramento di soldati, armati di mitra che sembrano cannoni, blocca l'auto e ci riempie di domande!

PRIMO OSTACOLO SUPERATO!

Salutiamo il taxista ed entriamo in aeroporto. Si torna a casa!!!

CONSIGLIO SPASSIONATO: In caso vogliate venire a Tel Aviv, per il rientro, arrivate al Ben Gurion 3/4 ore prima della partenza... La sicurezza ci rivolta come due calzini. Ma ditelo. Se non volete farci partire, noi rimaniamo qui con piacere. 

E invece no! Col groppo in gola ci viene consegnato il lasciapassare. 

'Potete ritornarvene in Italia', sembra dirci il funzionario col viso più duro della pietra...e noi, mesti e già con tanta nostalgia, ci allontaniamo verso l'imbarco.

CIAO TEL AVIV, ARRIVEDERCI ❤


sabato 1 ottobre 2016

APPUNTI DI VIAGGIO 6^ parte

Siamo giunti all'ultimo giorno di permanenza a Tel Aviv e, per l'occasione, il mio carissimo amico Gigi mi ha invitato a fare colazione in un localino meraviglioso... dice lui.
'Lò - è così che mi chiama - domattina ti porto in un posto speciale. Fidati di me'.

Naturalmente accetto di buon grado. Considerato il fatto che mi alletta con aggettivi altisonanti di un cappuccino fantastico e di paste da urlo, sarei uno stupido a non accettare una proposta tanto sublime.

Una buona colazione fa partire la giornata con il piede giusto!!! Soprattutto a me che ho bisogno di mangiare nell'istante stesso in cui mi alzo. Nel mio stomaco si apre subito una voragine!! E dopo...di corsa al bagno. Non posso allontanarmi troppo da casa o, in questo caso, dall'appartemento che ci ospita. È di primaria importanza. Per questa ragione, prima di partire, mi assicuro...

'Gigi, è lontanto questo posto paradisiaco?' E lui, con sorriso rassicurante, mi risponde 'No, no è qui dall'Hilton.  Cinque minuti e siamo arrivati!

EVVIVA!!!! 

Inforchiamo le nostre bici e ci dirigiamo verso il meraviglioso lungomare di Tel Aviv. È una giornata magnifica. L'azzurro del cielo è un tutt'uno con le acque cristalline del mare.

'Ecco l'Hilton. Dov'è il bar?' gli chiedo, con lo stomaco che già inizia a gorgogliare. 

'Ci siamo', mi risponde Gigi, qualche metro avanti a me.

Poi però ci imbattiamo in una serie di stradine strette su cui si affacciano numerosi locali. La gente è gremita e le biciclette creano ulteriore ingorgo. Il mio manubrio urta contro diverse persone che si innervosiscono - già, dimenticavo, qui la popolazione è molto diretta e le cose non te le mandano certo a dire - e ai miei 'sorry' sempre più insofferenti, rispondono con frasi incomprensibili ma dal tono tutt'altro che amichevole.

Ma, dopo aver attraversato l'intera città - alla faccia dei cinque minuti di Gigi - finalmente, il bar appare davanti ai miei occhi increduli come un'oasi nel deserto.

GIOIA E GIUBILO... anche il mio stomaco, a suo modo, intona un'alleluja.

Troviamo due posti e ci sediamo. Il primo a darci il benvenuto è un paffuto calabrone. TERRORE ALLO STATO PURO!! Io e Gigi ci alziamo di scatto, rovesciando sedie e tavolino con tutto quello che stava sopra. I clienti si voltano di scatto, dapprima spaventati poi divertiti dalla scena che si trovano ad assistere. Scatta una risata generale. Alché, coi visi rossi come due pomodori maturi, tendenti al marcio, io e Gigi cerchiamo di rimediare al danno commesso.

Ora però è giunto il tanto agognato momento di ordinare. Il vassoio con la nostra colazione viene adagiato sul tavolino.

SI MANGIA!!!

Devo dire che il dolce è davvero buonissimo. BRAVO GIGI!!! Anche il calabrone è d'accordo con noi ed infatti torna a farci visita, accompagnato dal minaccioso ronzio. Stavolta però ci limitiamo a qualche gridolino e a scacciarlo a colpi, a vuoto, di menu, sotto gli occhi divertiti della cameriera che, senza celare un pizzico di ironia ci dice 'It doesn't eat you' (non vi mangia).

Sorridiamo e ci gustiamo in santa pace la nostre leccornie fino all'ultimo boccone. Poi però la mia paura più grande diventa realtà...

OH MIO DIO!!! IL BAGNO!

....continua con l'ultima puntata.