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giovedì 27 aprile 2017

SMART WRITING - AI VOTI

Innanzitutto vogliamo ringraziare gli autori dei DIECI racconti giunti al concorso SMART WRITING.  Per un blog giovane, con soli 7 mesi di vita, credo sia un grosso risultato.
Date la vostra preferenza qui a fianco...
Nella sezione RUBRICHE, alla voce SMART WRITING, potete leggere i racconti.
VOTATE IL VOSTRO PREFERITO!!!!



lunedì 24 aprile 2017

NINA LA BAMBINA DELLA SESTA LUNA

Ahimé, è finita la saga di Nina, la bambina della Sesta Luna. La magica penna di Moony Witcher ha scritto la parola FINE alle avventure della giovane alchimista e dei suoi quattro amici e devo ammettere che, giunto all'ultima pagina sono stato colto da una sensazione di malinconia.
Considerando la mia età, non posso dire di essere cresciuto leggendo i sette volumi della serie ma mi hanno tenuto compagnia dal 2002 fino ad ora. QUINDICI ANNI... MICA MALE!!!
Cosa dire?
Ci sarebbe davvero tantissimo da elencare:
oggetti magici, pozioni di ogni genere, mondi paralleli, animali fantastici, fantasmi buoni e malvagi. In Nina c'è davvero di tutto un po', senza tralasciare i meravigliosi viaggi nel tempo e nello spazio. Un'ulteriore attrattiva è costituita dall'ambientazione principale della storia: il fascino indiscusso di Venezia, la città più bella e romantica del mondo, è un'ingrediente 'reale' sapientemente miscelato al frutto della fantasia geniale della scrittrice.
Come ho scritto in precedenza i volumi sono sette:
- La bambina della Sesta Luna.
- Nina e il Mistero dell'Ottava Nora.
- Nina e la Maledizione del Serpente Piumato.
- Nina e l'occhio Segreto di Atlantide.
- Nina e il Numero Aureo.
- Nina e il potere dell'Absinthium.
- Nina e l'arca della luce.
La serie è divisa in due parti.
La prima è composta da quattro libri in cui Nina e i suoi amici devono ricercare i quattro arcani per liberare i pensieri dei bambini. Gli altri tre, invece, sono incentrati sulla ricerca dei numeri che compongono il Numero Aureo.
Non voglio aggiungere altro tranne consigliare questa saga a chiunque ami il genere fantasy... quindi correte in libreria ad acquistare il primo volume di Nina. Sappiatemi dire!!!

martedì 18 aprile 2017

LA STRADA VERSO ME

DECIMO ED ULTIMO RACCONTO DEL CONCORSO SMART WRITING.
DALLA PROSSIMA SETTIMANA SI INIZIA CON LE VOTAZIONI.
SIETE PRONTI A VOTARE IL VOSTRO PREFERITO?

La fede per me è una convinzione non precostituita, la mia mente è aperta  al confronto e rifiuta verità surrogate rese assolute nel tempo ,il mio cuore ama, ma batte forte solo per emozioni non cristallizzate, ogni giorno mi sfido e percorro la strada , quella più difficile, quella dove razionale e irrazionale si incrociano. Eppure cerco costantemente il punto di equilibrio essenziale per non cadere in limitanti eccessi e spesso mi perdo, l’invisibile da una parte mi attrae ma la logica si oppone e grida per portarmi da lei, a volte vado poi torno, ma cerco sempre di restare aggrappata a quel punto che in fin dei conti, non è su nessuna strada ma solo dentro di me.


giovedì 13 aprile 2017

CONCORSO DI POESIA

REGOLAMENTO
1^ EDIZIONE CONCORSO DI POESIA
“MARIA VIRGINIA FABRONI”

1) Tema di questa edizione: “VITA CAMPESTRE”

2) Concorso di poesie inedite (per inedito si intende non essere stato pubblicato da nessun editore).

3) Sono ammesse al concorso poesie in lingua italiana, presentate da autori cittadini italiani e stranieri che abbiano compiuto il diciottesimo anno.

4) Ogni autore potrà inviare un massimo di n. 3 poesie.

5)La modalità di partecipazione al concorso è gratuita.

6) Tutte le opere dovranno essere ispirate al tema “VITA CAMPESTRE ”.

7 ) Tutte le opere dovranno essere inviate entro il 31 MAGGIO 2017.

8) Il testo, senza firma e la scheda di partecipazione, corredata dei dati identificativi dell'autore (nome, cognome, età, professione, indirizzo, n. telefonico e-mail), dovranno pervenire preferibilmente via e-mail all’indirizzo premiomvfabroni@gmail.com (in formato testo sottoforma di: .doc, .pdf, .jpg, ecc..) o con spedizione postale o consegna diretta in numero copie UNO in busta chiusa, a Municipio di Tredozio – via Martiri, 1 – 47019 Tredozio (FC), citando in oggetto o nel frontespizio della busta il titolo “Concorso di poesia Maria Virginia Fabroni  2017”.

9) Le poesie presentate saranno valutate ad insindacabile giudizio da una giuria che sarà nominata dal sindaco con propria determinazione, dopo la scadenza di presentazione delle poesie e sarà composta dallo stesso Sindaco o suo delegato e da uomini e donne della cultura letteraria.  La composizione della giuria verrà resa nota, attraverso i canali ufficiali.

10) L’opera vincitrice verrà riprodotta su un apposito muro, indicato dall’amministrazione comunale; ai primi tre classificati saranno consegnati attestati con motivazione.      Tutte le poesie meritevoli verranno pubblicate su un volumetto celebrativo dell'edizione.

11) La premiazione avrà luogo a Tredozio in data da definirsi. Ai vincitori sarà data comunicazione telefonica. In caso di assenza, il vincitore ha facoltà di delegare un suo incaricato per presenziare all'evento.

12) Gli autori rimangono pienamente in possesso dei diritti relativi ai testi con cui intendono partecipare al concorso. Accettano, altresì, di concedere a titolo gratuito e senza nulla pretendere i diritti di esecuzione, riproduzione e pubblica diffusione delle opere presentate. Inoltre gli autori accettano di concedere a titolo gratuito e senza nulla pretendere i diritti di pubblicazione, distribuzione e vendita delle opere presentate, in realizzazione al volumetto celebrativo.
Per poter partecipare è necessaria l’autorizzazione al trattamento dei dati personali. Il/la partecipante è inoltre totalmente responsabile della veridicità dei dati comunicati, dell’autenticità e paternità dell’opera.

13) Le opere non verranno restituite e l’organizzazione declina ogni responsabilità in caso di smarrimento.

IL TERMINE PER L’INVIO E’ IL
31   maggio   2017
Per ulteriori informazioni premiomvfabroni@gmail.com



LA MIA ROMA

NONO RACCONTO DEL CONCORSO SMART WRITING.
PRESTO SARETE CHIAMATI A GIUDICARE QUELLO CHE PREFERITE



Mia nonna paterna per me non c’è mai stata, non mi ha mai fatto da nonna. Sarà perché a 19 anni era già vedova e in attesa di un figlio, certo è che era una donna particolare.
Nella vita si è sposata 5 volte, e quando stava morendo raccontava a tutti che il suo peggior difetto era di essere stata molto amata; avrebbe voluto avere un uomo anche nell’ultimo periodo della sua vita ma gli uomini, a parte approfittarsi di lei non hanno fatto granchè. Quando è morta, nonna era poverissima, perché aveva sperperato tutto il patrimonio nei viaggi, e al gioco; nonna fumava le sigarette, le MS dorate light, e mi raccontava che aveva praticamente visto tutto il mondo.
Da giovane nonna era una gran bella signora, e quando conobbe un tenente pilota si innamorò a prima vista: chi li ha conosciuti racconta che i miei nonni da giovani fossero bellissimi, mio nonno non era indifferente al fascino delle donne, in primis lei; ma quando lui, che aveva dieci anni di più, la mise incinta, il mio bisnonno lo obbligò a sposarsi per riparare al danno.
E così i miei nonni si sposarono, con la nonna felicissima che nelle foto stringeva a braccetto il pilota, che intanto pensava già alla prossima missione; e infatti i nonni rimasero sposati pochissimo, sei mesi che lui passò lontano a fare voli di pace, e intanto nonna a casa col pancione.
Poi lui morì, a nonna divennero i capelli bianchi a diciannove anni e pianse tutte le lacrime del mondo.
Due anni dopo la nonna sposava un medico, non prima d’aver affidato il bimbo ai suoi genitori perché lo crescessero, e non interferisse col suo matrimonio.
Pochi anni ancora e nacque mio zio: la nonna credeva di amare finalmente e nuovamente a fondo, ma di lì a poco il matrimonio naufragò.
Nonna a distanza di anni diede a mio padre la colpa del fallimento, in quanto avrebbe interferito con la felicità della nuova famiglia: e sì che era solo un bambino!
La separazione fu indolore, dato che piangendo lagrime amare nonna ottenne l’annullamento del matrimonio da parte della Sacra Rota, con suo padre che testimoniava circa la sua condotta illibata: per quella figlia sfortunata l’ingegnere avrebbe fatto questo ed altro!
Nonna si consolò quasi subito con un generale della seconda guerra mondiale, anche lui molto impegnato sul lavoro; lui venne trasferito a Roma e la nonna, in memoria di quel marito libertino che troppo presto l’aveva lasciata vedova, seguì il generale e approdò nella città eterna.
Da lì mi scriveva lunghe lettere chiamandomi “la sua gattona” e invitandomi presto a raggiungerla; ma quando fui sufficientemente grande per farlo, lei fece capire che non sarei stata sua ospite e così mamma si accodò a me; d’altronde la nonna aveva le sue abitudini, tipo alzarsi alle undici e leggere il giornale che nessuno doveva aver sfogliato prima di lei, o lei avrebbe perso interesse alla lettura.
Nel pomeriggio, dopo una lunga colazione e un pranzo leggero ma accompagnato da buon vino, la nonna poteva ricevere la sua nipotina adorata.
In quei dieci giorni a Roma vidi la nonna un paio di volte, in fondo era tanto impegnata con le amiche; e poi tra la scopa e il bridge e la messa della domenica aveva il suo da fare!
In una di queste uscite la nonna si fece portare dalla nuora nella sua casa a san Felice Circeo: pensai che avrei potuto finalmente assaggiare uno di quei tre piatti che la nonna sapeva cucinare in modo eccellente (e con cui si racconta abbia acchiappato diversi uomini) ma ci disse cortesemente che eravamo invitate al ristorante; poi scoprimmo che il conto era addebitato alla nuora.
Mia madre non disse nulla per non rovinare i rapporti tra figlio e madre… si portò a casa anche per ricordo la grande bavaglia che la nonna ci fece acquistare per gustare la zuppa di pesce.
Questo ricordo di mia nonna e poco altro, perché l’ho vista pochissimo quando era una donna prestante; quando invece divenne vecchia e aveva problemi di salute, allora mi invitò più volte a Roma a trovarla e ad assisterla.
Mia nonna fu così testarda che non volle mai fare la terapia riabilitativa dopo essersi rotta il femore, diceva che le facevano troppo male le gambe; l’unica volta in cui praticamente scattò in piedi durante la terapia, fu quando le mandarono un infermiere uomo: in quella occasione fu lesta nel chiedere “non ho le forze, mi tiene?” “Non tema” rispose lui, e lei si era già lasciata andare tra le sue braccia in modo tanto fulmineo che mi lasciò di stucco; l’infermiere non era certo un bell’uomo, ma in quell’occasione capii come mia nonna avesse avuto molte storie.
In quel periodo trascorremmo il natale tutti insieme, suo figlio la era venuta a trovare portandole un grosso torrone; e quando nel giorno di festa lui propose di aprirlo, lei fu lesta ad afferrarlo e a dire: “no, è mio!”
In quel periodo era già sulla sedia a rotelle, perché la gamba si era atrofizzata e poi si era formata una pustola che si era allargata fino a costringerla a tagliarla; inutilmente le spiegai che ostinandosi nel rifiutare la riabilitazione gliel’avrebbero amputata, ma lei mi credette solo a cose fatte.
E così io mi trovai ad assisterla senza una gamba e con su il pannolone: e in quella situazione poco aveva di quella bellissima donna del passato che tanto aveva fatto girare la testa.
L’ultimo barlume di dignità lo ebbe nel rifiutare il lettino con le sbarre, tentando di ingannarmi: “senti, tu che sei piccolina nel lettino con le sbarre ci stai bene, io invece non sto comoda”, non accorgendosi che la malattia l’aveva parecchio ristretta.
Iniziai un nuovo lavoro e fu un sollievo tornare in primavera nella mia città, lasciando la visione di lei senza una gamba lì a Roma; ma cuore di nipote mi portò a trascorrere lì le vacanze estive; e la rividi, sempre più magra e deperita; e con l’ultima trovata, si era intestardita a non mangiare, dicendo che faticava, e così veniva alimentata quasi esclusivamente con pappette liquide.
Ricordo una notte accanto a lei, chiacchierava con persone invisibili e diceva che li avrebbe raggiunti presto: pensai che stava parlando con gli Angeli.
E infatti ebbe il cuore di morire il giorno di ferragosto, lo presi come un regalo: avevo trascorso buona parte delle mie ferie impazzendo accanto al suo capezzale, ed uscendo dalla sua stanza solo per andare dal medico a richiedere nuove terapie o in farmacia.
Ebbi il terrore che morisse la notte mentre le dormivo accanto, e invece si sentì male e fu portata in ospedale: ricordo il suo ultimo sguardo che rivolse solo a me; mia zia le stava dicendo che sarebbe guarita presto, e intanto mia nonna mi guardava in silenzio come a dirmi addio.
E in quel momento ripensai a tutte le conversazioni notturne che avevamo avute: mi chiedeva sempre di mia mamma, morta troppo presto; in quell’ultimo periodo la faceva stare bene parlare di quella nuora che aveva sempre trovato antipatica.
Le dissi: “stai tranquilla nonna, andrà tutto bene”, e vidi nei suoi occhi che aveva letto in me che pensavo sarebbe andata in Paradiso; mi guardò con amore infinito, per la prima volta nella sua vita.
E fu portata via, con me che restavo lì a sentire il medico farfugliare a mia zia che sì, sarebbe potuta campare altri cinque anni… e io sapevo che non ci sarebbe stata più, ora che ci eravamo trovate.
Morì il giorno dopo, sola, in ospedale, mezz’ora dopo che mia zia l’aveva salutata, convinta che si sarebbe ripresa presto; e penso che anche per questo ora sia in Paradiso.
Al suo funerale una zia dalla faccia sconvolta mi disse: “vedrai che la nonna ti starà vicino, nell’ultimo periodo ha imparato a volerti bene!”

Alle volte quando sono in giro per Bergamo dove lei ha vissuto solo pochi mesi con mio nonno, una signora nella folla mi guarda, e mentre sento un brivido percorrermi la schiena, in quel volto sconosciuto rivedo il sorriso di mia nonna Luisa. Quello degli ultimi tempi.


domenica 9 aprile 2017

AI BOSCIARQI NON LA SI FA

di
Lorenzo Bosi

Melissa la giraffa fuoriuscì alla massima velocità da casa Bosciarqi. Gli zoccoli dell’animale scivolavano sull’asfalto e, nelle curve repentine, il carico che portava in groppa rischiava ogni volta una rovinosa caduta a terra. Ma Amaranda e Abien si tenevano ben stretti.
Cosa spaventava così tanto la nostra povera Malissa? Vi starete chiedendo più preoccupati che mai.
“Dai Melly, vai più veloce! Dobbiamo impedire che taglino quel povero albero”, la incitò Amaranda.
Eccoci rivelata la ragione di quella corsa precipitosa. Tranquilli. Nessun leone le stava alle calcagna.
“Cara, non ti distrarre. Non vorrei che tu cadessi”, si raccomandò Abien.
L’uomo era praticamente seduto sulla testa della moglie e aggrappato al collo della giraffa.
Attraversare Freudaccio non fu affatto facile. Il momento più tragicomico arrivò quando Melissa ebbe un faccia a faccia con l'autobus n 5. Il povero autista si ritrovò il muso dell’animale stampato sul parabrezza. Niente di grave... Dopo la chiassosa inchiodata e le grida dei passeggeri, il maestoso animale tornò a galoppare per le vie della cittadina. 
Quando giunsero al luogo indicato, non ne poteva più. La povera bestia aveva la lunga lingua a penzoloni. 
Lì, una nutrita folla di concittadini era assembrata davanti ad un grosso albero. 
Nello scendere dalla groppa, Amaranda rimbalzò al suolo come una palla.
“Signor sindaco, anche lei è qui?”, si affrettò a domandare.
“Miei carissimi amici Bosciarqi”, li accolse Mino con un sorriso falso come una banconota da 25 Euro. “Vi stavo proprio aspettando”.
“Cosa sta succedendo? Chi vuole abbattere quel povero albero?”, domandò Abien, cercando di superare il volume della folla che stava lanciando slogan ad alta voce.
“NON ABBATTIAMO GLI ALBERI” “GLI ALBERI SONO VITA” “NOI SIAMO CON LA NATURA” “PIU’ VERDE-MENO CEMENTO”
Riprodotti anche su grandi cartelli.
Qualche manifestante inveiva in maniera minacciosa contro i due operai armati di motosega.
Il sindaco prese sottobraccio i coniugi e li condusse lontano dalla calca.
“Miei cari amici, solo voi potete aiutarmi a risolvere questo problema”
“In che modo?”, domandò Amaranda.
“Non basta che lei ordini di bloccare l’abbattimento?”
Proprio in quel momento, giunsero anche Arame e Alaja, con Liptolo in braccio.
“Cosa ci fate qui?”
“Mamma, noi vogliamo impedire che uccidano questo povero albero”.
“Arame ha ragione”, gli fece eco la sorella. Poi rivolse uno sguardo di fuoco al sindaco. “Perché non ordini di bloccare quegli assassini?”, domandò, indicato gli operai.
“Non è così semplice, piccoli cari”, iniziò a spiegare l’uomo. “Quel grosso albero è gravemente ammalato. Il tronco è completamente cavo e la pianta rischia di cadere. Per questo motivo la prefettura mi ha dato ordine di abbatterlo. Io non ho nessun potere”. Mino sembrava sul punto di piangere.
Peccato non avesse intrapreso la carriera da attore. Avrebbe certamente vinto un Oscar.
Ma doveva tenersi buoni i Bosciarqi. In passato aveva già avuto a che fare con questa famiglia bizzarra e ne era sempre uscito piuttosto ammaccato. Non poteva permettersi di inimicarseli…. 
Mentire per salvarsi! decise il primo cittadino.
“Anch’io, come voi, sono un amante della natura incontaminata e per questo vi chiedo di aiutarmi”.
“Mio caro sindaco”, Amaranda abbracciò l’uomo, “noi ecologisti, ogni volta, ci meravigliamo di quanto l’essere umano possa essere crudele. Troviamo che certe decisioni siano abominevoli ma non dobbiamo arrenderci mai! E noi saremo al suo fianco”.
Le braccia cicciotte della donna debordavano abbondantemente dalle maniche elasticizzate del vestito con grosse margherite stampate sulla stoffa verde. “Non  si preoccupi, signor sindaco, chiederemo aiuto alla dolcissima zia Arina. Lei è una vera esperta e riuscirà a trovare una soluzione”.
“Grazie mille, signora Bosciarqi. Avere voi al mio fianco è sempre una grande gioia e motivo di profonda serenità. Chiederò al Prefetto un nuovo sopralluogo. ”, mentì l’uomo.
Poi, di nascosto, strizzò l’occhio ad uno degli operai.
Raggiunse quindi la folla, che ancora inveiva contro l’amministrazione comunale e, tenendo le braccia sollevate, disse ad alta voce: “Carissimi concittadini, abbiamo appena trovato un valido accordo con la famiglia Bosciarqi che soddisferà tutti noi. Potete tornare tranquillamente alle vostre case. Il vecchio faggio non verrà abbattuto. Vi do la mia parola, la stessa che ho dato ai nostri cari Bosciarqi e che loro hanno accettato. Chiederò una nuova valutazione alla prefettura”…
Parola di politico…
Si rivolse poi alla coppia di operai in tono teatralmente ostile.
“Avete sentito? Lasciate il loro amato faggio ai freudaccesi. Finché io sarò il sindaco di questa città, non permetterò che si faccia del male ad una pianta tanto bella e maestosa solo perché ha il tronco cavo! Lasciate dunque tacere i vostri strumenti di morte e tornatevene a casa”.
Se non fosse stato per la confusione, quelle parole sarebbero suonate false anche ad un sordo.
Ad ogni modo, i due uomini muniti di motosega, fecero un cenno di assenso, salirono sul loro camioncino e si allontanarono.
Anche la folla se ne andò alla spicciolata. Embé, se i Bosciarqi sorridevano e parlottavano amabilmente col sindaco, potevano davvero sentirsi tutti tranquilli.
“Bene, a questo punto possiamo tornare a casa anche noi”, suggerì Abien, rivolto ai figli.
“Un attimo, non trovo più Liptolo”, si preoccupò Alaja. “Arame se l’è fatto scappare!”
“Non dire idiozie!”, protestò il bimbo. “Dev’essere qui intorno”.
“Non c’è motivo di preoccuparsi”, intervenne la madre. “Qui è pieno di alberi. Sarà andato a fare due chiacchiere con qualche amico. Tornerà a casa da solo come ha sempre fatto”.
Rimasto solo, Mino si guardò intorno con fare circospetto. Estrasse il cellulare dalla tasca e selezionò un nome dalla rubrica.
“Per una volta quei sempliciotti dei Bosciarqi mi sono stati d’aiuto. I manifestanti se ne sono andati e stanotte potremo procedere con l’abbattimento di quel maledetto faggio”.
Chiuse la telefonata.
Prima di salire in auto, l’uomo si sfregò le mani e sorrise compiaciuto della sua arguzia… Ma non si avvide di un leggero movimento tra le fronde della pianta che presto avrebbe consegnato alle motoseghe degli operai.

Come stabilito, quella stessa notte i dipendenti del Comune, armati di torce elettriche, raggiunsero l’albero. Il sindaco era con loro. La temperatura era mite e il cielo ero rischiarato dalla luna piena e da milioni di stelle argentate.
Mino sogghignò.
“Signor Sindaco, ho paura che domani ci saranno delle proteste”, fece notare uno degli operai.
“Lei è pagato per lavorare, non per pensare”, ribatté secco il primo cittadino. “IO sono quello che deve pensare al bene comune e quell’albero è instabile quindi rappresenta una minaccia alla sicurezza”.
L’uomo che aveva parlato, appoggiò lo zaino ai piedi del tronco cavo.
“Pssss”, gli parve di udire.
Scosse il capo, più o meno sicuro che si trattasse del frutto della sua immaginazione.
Si piegò nuovamente per prendere il gesso con cui segnare il punto esatto  da tagliare. Ma qualcosa gli sfiorò la testa.
Di scatto, guardò verso l’alto e diresse la luce della pila sulle fronde della pianta. Ciò che riuscì a vedere fu un  ramoscello che si ritirava rapidamente tra la chioma.
“Ehy, che succede?”, gridò.
“Con chi ce l’hai?”, gli domandò il collega.
“Con nessuno ma, se non ti dispiace, vieni tu a fare i segni”.
L’operaio sorrise e si avvicinò all’albero mentre il compagno prese le distanze della pianta.
Fu in quel momento che un sibilo assordante fuoriuscì dalla cavità del tronco.
“Che diavoleria è mai questa?”, gridò l’uomo.
Anche gli altri due sussultarono. Poi tutto tacque.
“Che scherzi sono? Venite allo scoperto”, ordinò il sindaco. Ma le parole uscirono a scatti, senza la necessaria autorità.
I due operai puntarono le torce tutt’intorno.
Nessuno in vista.
“Forza, tagliate quell’albero maledetto! Fate presto!”
“Subito signor Sindaco”, rispose uno dei dipendenti.
Lui e il collega si avvicinarono nuovamente alla pianta.
“F E R M A T E V I”
Un vocione camuffato, bloccò gli uomini con le motoseghe già in mano.
“O   V I    L E G H E R O’   C O I    M I E I    R A M I”
In quel preciso istante, due lunghi fuscelli calarono a terra e iniziarono a muoversi come serpenti.
“Cos’è questa pagliacciata?”
Nella voce di Mino però c’era una chiara nota di terrore.
Ecco di nuovo il sibilo di poc’anzi.
“S O N O   L’A N I M A   D E L   F A G G I O,   V O I   N O N   M I   U C C I D E R E T E”
Al termine della frase, una luce si irradiò dalla cavità del tronco.
I tre uomini si abbracciarono l’un l’altro. Per poco non si montarono addosso reciprocamente. Erano  davvero terrorizzati.
Il fischio aumentò ancora d’intensità.
Il chiarore si mosse e, dall’apertura, sbucò un alberello in miniatura coi rami che rilucevano al buio della notte.
“A N D A T E V E N E   O   S A R E T E   V O I   A   M O R I R E”
La minaccia terminò con un sibilo assordante.
L’anima luminosa del faggio continuò ad avanzare finché, a pochi passi dai tre uomini tremanti, la paura si impossessò delle loro gambe e li fece fuggire via a tutta velocità... Il faggio era salvo!

“Che cara persona il nostro sindaco”, strillò Amaranda mentre, con una sega circolare, tagliava le pietre per il pranzo di Alaja.
“Si, fagiolino mio, è davvero un uomo di parola”.
Abien stava assaggiando l’erba che ricopriva il pavimento.
“Domani arriverà zia Arina e troverà di certo una cura per il vecchio faggio”, proseguì il signor Bosciarqi. Ma dalle espressioni di disgusto era chiaro che preferiva i suoi amati spini di acacia.
“OOOOOHHHHH”, si allarmò la moglie.
La lama si era appena sganciata dalla base ed era andata a conficcarsi sulla parete opposta. Per fortuna il marito aveva fatto in tempo ad abbassarsi o sarebbe finito decapitato. Ma non ne era uscito illeso al 100%. La sommità della testa, completamente rasata, stava a testimoniare che aveva davvero rischiato grosso. Effetto tagliaerba su un prato incolto. Potevano lanciare un nuovo taglio alla moda!!! 
“Perdonami tesoro”, si scusò la moglie, “Dovrò portare questo aggeggio a fare aggiustare o avrò problemi a preparare i pasti per la nostra tesorina”.
“Non preoccuparti mia cara, sono cose che capitano”, rispose Abien, toccandosi la pelata.
Fuori dalla cucina, Arame e Alaja si scambiarono un sonoro “CINQUE” ed abbracciarono la pianta vivente di eucalipto.
“Ottimo lavoro”, gioì la bimba.
“Per fortuna Liptolo ha sentito, casualmente, le intenzioni del sindaco”, concluse il fratello, riferendosi al piccolo arbusto che , subito, emise un sibilo di soddisfazione.

FINE

NONO EPISODIO

giovedì 6 aprile 2017

GHOSTBUSTERS A TREDOZIO

ALLA RICERCA DI MARIA VIRGINIA FABRONI 

Maria Virginia Fabroni all'età di vent'anni era già nota in tutta Italia. Studiò al conservatorio Sant'Anna di Pisa dall'aprile del 1862 al settembre del 1868 (Fondo Conservatorio di Sant'Anna, unità n.168). Durante questi anni, conobbe colui che possiamo considerare il suo mentore e cioè l' operajo Paolo Folini - presidente della struttura collegiale -. Terminati gli studi M.V.F. rientrò a Tredozio (FC) ma i rapporti con l'uomo proseguirono. La poetessa gli inviava sovente i suoi componimenti, chiedendo consigli. Grazie a questi numerosi scambi epistolari, la Fabroni affinò l'arte del bello scrivere. 
La vita di M.V.F. fu tutt'altro che felice e il dramma interiore è molto presente nelle sue poesie. Il padre, il dottor Giuseppe, era quello che si può definire il classico padre padrone e la opprimeva molto severamente. Lei continuò imperterrita a svicolare dai matrimoni combinati dal genitore, causandone le ire. Infelice e soffocata, si ammalò e morì di tisi alla giovane età di ventisei anni... Ora il suo spirito potrebbe aggirarsi tra le mura dell'abitazione in cui esalò l'ultimo respiro:
L'EX CONVENTO DELLA SS. ANNUNZIATA.

APPUNTAMENTO AL 17 GIUGNO



martedì 4 aprile 2017

LATO OSCURO

OTTAVO RACCONTO del concorso SMART WRITING!!!
Entro la fine del mese inviteremo i lettori del blog a votare il racconto preferito.
info murodilibri@libero.it

“ Il mio demone interiore diceva di farlo, ed io ho seguito quella voce che mi tartassava la mente, inducendomi a reagire a quella mostruosità che mi appariva davanti ai miei occhi; mia madre.”
In quel momento ho abbattuto la resistenza ed ho affrontato il mio dolore.
Il mio tormento, man mano che affondavo quella lama nel suo ventre duro, andava scemando, provando un senso di gioia e di conforto, in quelle grida disperate di una madre affranta, guardando negli occhi la sua piccola bambina che le squartava le budella. La lama del coltello penetrava in profondità ed io inalavo quei respiri ansimanti di paura e di perdizione. Moriva, stava agonizzando, e mi sentivo leggiadra, appagata, serena, pensando di aver domato quel mio istinto che mi portava a distruggere chi mi aveva creato.
Finalmente ero sua, e lui era mio.
Mio padre

-       ­CONFESSIONI DI EVA MACEDO - Dicembre 1998

1989
La piccola Eva Macedo giaceva inerme davanti a quel corpo nudo e insanguinato della madre Maria. Il suo candido pigiama bianco era imbrattato del color rosso che aveva accecato la sua mente, provocando l’ira nei confronti di quella madre, che incredula, non aveva neanche cercato di ribellarsi per quei forti e doloranti colpi all’addome che la piccola Eva le aveva inflitto.
Quei suoi lunghi capelli biondi coprivano quegli occhi azzurri come il cielo, il suo viso pallido era candido come la neve, e le sue labbra rosa tremavano, vedendo quel corpo disteso sul pavimento della camera da letto, oscurata da un grosso velo purpureo che ricoprivano quelle finestre troppo grandi, troppo ampie per quella sua dimora, dove ricercava il conforto e l’amore che il padre, Ernesto, arrecava alla moglie.

“ Sentivo una forte attrazione per mio padre. Avevo un senso di repulsione per gli uomini che venivano a farci visita, ma per lui, il mio papà, non ne provavo. Ogni volta che lo guardavo lo ammiravo, e mi sentivo come eccitata. Il mio demone interiore ne era affascinato e mi incitava a stargli vicino. Non me ne volevo mai distaccare, lui era la mia ossessione, il mio protettore, amavo ogni tocco e sguardo dei suoi occhi. Mi sentivo sua e lui era eternamente mio.”
EVA MACEDO carcere minorile 1998

La giovane Eva si confidava alle autorità. Non sembrava per niente turbata, ricordando quel momento che aveva cambiato la sua vita. Il suo sguardo era fisso sull’orologio bianco appeso all’unica parete grigia e cupa di quel confessionale, destando la sua attenzione in quella espressione ambigua. I suoi occhi cielo andavano a spegnersi nella prigione che la soffocava, privandosi della sua adolescenza spensierata. Le lancette dell’orologio sembravano essersi fermate a quelle ore di disperazione, di quando la piccola Eva era immersa in quella pozzanghera di sangue. Ora la si vedeva sconfortata e fragile, e nessuno mai avrebbe osato solamente pensare che quella ragazzina era l’assassina della sua famiglia.
Dal riformatorio non ne traeva beneficio, e quegli anni passati dal macabro accaduto non le avevano insegnato nulla. Era sempre vaga, come se niente le importasse, si perdeva totalmente  in quelle giornate prive di qualsiasi speranza giovanile.
La sua mente viaggiava o si era fermata in quell’arco di tempo?
Ma quelle lancette dell’orologio le ricordavano qualcosa, e man mano che i secondi e i minuti passavano, dentro quel suo meccanismo mentale, si agitava un movimento psichico confusionale, e la ragazza, apparentemente mite, emanava dal suo inconscio il suo demone interiore. Il suo peccato veniva a farle visita nei giorni bui, la esortava a reagire, e lei si lasciava andare in urla disperate.

“ Ogni volta che il mio papà mi sfiorava le labbra con la sua bocca calda e morbida, io mi sentivo estasiata. Volevo persuaderlo, ma lui in me vedeva solo una bambina  bisognosa di carezze. Io quelle carezze le avrei volute sul mio corpo, sentendo il palmo delle sue mani dure sfiorare la mia pelle.
Mia madre, prima di coricarsi veniva a darmi il saluto della notte, ma quando lo faceva, il mio stomaco si contorceva, dai miei occhi lacrime di dolore scendevano sul viso, bruciavano la mia pelle, la rabbia mi assaliva nella mente e provavo un senso di ribellione. Non avrei voluto che andasse a rubare quell’amore che mi era dovuto, e quando la vedevo poggiarsi in quel letto dalle lenzuola color avorio, penetrava in me un senso di ingiustizia e mi capacitavo nel ripetermi che prima o poi mi sarei presa la mia vittoria!”

Ammiravo il cielo in un pomeriggio limpido di sole. Mi permettevano di leggere qualche libro, e nello spazio che ci concedevano per passeggiare notavo sempre piccoli gruppi di ragazze formarsi. Mi facevo da parte. Volevo uscire fuori dagli schemi, e mi allontanavo da quelle persone che non rendevano appetibile il mio animo tormentato.
Volevo scappare da quella prigione che incatenava il mio istinto, il mio pensiero non esitava a vagare in quella ribellione che dentro me scoppiava. Desideravo emergere in un mondo che mi privava della mia sete di vendetta, quella vendetta che mi aveva spinto ad ammazzare chi mi era intorno, quel desiderio di vedere e restare li a fissare quel colore rosso sangue che mi agitava le viscere del mio stomaco. Io volevo uccidere, sterminare e combattere, ma solamente per me stessa, per il folle e unico pensiero di vedere la gente soffrire.
Di notte quando ero in carcere, dei desideri perversi mi assalivano, ripensavo a quel mio passato inadeguato, a quell’odio cruento che provavo nei confronti di mia madre. Immaginavo di fare l’amore con mio padre dinanzi a quel corpo tumefatto, e godevo a dismisura nel comporre quelle fantasie sfrenate che il mio demone interiore farneticava.
“ Io sono Eva Macedo, sono colei che verrà nei vostri incubi a destarvi dalla staticità, sono colei che renderà le vostre vite complicate, straziate e turbate. Io sono il demone, io sono il terrore, sarò il vostro tentatore. Il sangue è la mia sete, la coppa sarà il mio trionfo, la innalzerò sopra il vostro capo e berrò il vostro dolore, per la mia gloria per la mia gioia.”

LATO OSCURO
EVA MACEDO all’età di 10 anni venne arrestata per omicidio colposo ai danni della madre Maria Mendez Macedo, e di Ernesto Macedo. Figlia unica, di origini cilene...




domenica 2 aprile 2017

INTERVISTA A LORENZO BOSI

DOPO AVER INTERVISTATO UNA QUINDICINA DI SCRITTORI, È GIUNTO IL MIO TURNO.
LE DOMANDE MI SONO STATE POSTE DA PATRIZIA FINUCCI GALLO, UNA SPLENDIDA GIORNALISTA, SCRITTRICE E BLOGGER MA, SOPRATTUTTO, UNA GRANDE AMICA.
L'INTERVISTA È INSERITA NEL SUO LIBRO: CHE PROFUMO HA LA TUA SCRITTURA CHE POTETE SCARICARE QUI:
http://www.pfgstyle.com/2017/03/quale-profumo-ha-la-tua-scrittura.html

TUTTA COLPA DELLA
SIGNORA IN GIALLO
Colloquio con Lorenzo Bosi
scrittore di libri per ragazzi
Quando entra nelle aule scolastiche per presentare i suoi
libri si fatica a capire chi fra di loro sia l’adolescente e chi lo
scrittore. E questo potrebbe essere un bene se, ed è il caso
di Lorenzo, si sceglie di passare alla narrativa per ragazzi.
Insomma, quando si ha a che fare con gli incantesimi un
pizzico di essenza magica nel cuore la devi pure avere.

Eppure, a quanto mi hai raccontato, non ha molto di ma-
gico, il tuo quotidiano...
Sì, la mia giornata tipo non è esattamente quella di uno
scrittore affermato. Ogni mattina, dopo un’abbondante co-
lazione, mi dirigo al negozio dove lavoro fino alla mezza.
Pausa pranzo sportiva in palestra a riossigenare il cervello
e si torna al lavoro fino a sera. Ahimè, la scrittura occupa
solo il dopo cena, quando mi isolo davanti al computer o
mi immergo sotto pile di fogli e cartacce varie e do libero
sfogo alla fantasia.

E allora da dove nascono le tue storie?
Ma ovunque! O meglio, l’idea, l’intuizione, non hanno luo-
go fisso. Spesso gli spunti per una storia li trovo in palestra,
in auto, durante una passeggiata e, sì, anche al lavoro. L’im-
portante è appuntarsi ogni cosa. Prendere nota di tutto. Si
può trarre beneficio anche dalle idee che, in un primo mo-
mento abbiamo considerato inutili o, addirittura, idiote: è
il famigerato “senno del poi”. La sera poi si raccolgono i fili
e si tesse la tela. In soggiorno, ma non in silenzio. Ho biso-
gno di un sottofondo costante. A casa mia la tv è sempre
accesa.

Tutte le sere così? E magari al computer la domenica e le 
feste comandate?
Ma no, figuriamoci, anzi! Intanto, per la cronaca, non po-
trei mai scrivere le mie storie davanti allo schermo bianco di
un computer, non riuscirei a riempire nemmeno una riga,
mi sentirei disorientato, amareggiato. La penna in mano in-
vece mi dà sicurezza e, probabilmente, ha un collegamento
diretto con le terminazioni nervose del mio cervello: così la
pagina vuota si riempie di inchiostro a velocità sorprenden-
te. Quanto ai miei ritmi di lavoro, sono molto irregolari.
Ci sono periodi di massima produttività letteraria nei quali
sfrutto ogni istante per scrivere, altri invece in cui preferi-
sco occuparmi del mio blog, altri ancora in cui trovo più
stimolante recitare a teatro. O fare altro: ora sto cercando
di ridare il lustro che merita alla poetessa tredoziese dell’Ot-
tocento Maria Virginia Fabroni, in collaborazione con l’am-
ministrazione comunale. E sono alla disperata ricerca del
fantasma di suo fratello Pier Matteo che si aggira nei mean-
dri dell’ex convento della SS. Annunziata.

Fai un passo indietro. Quando hai maturato l’idea di scri-
vere?
Vent’anni fa, guardando La Signora in Giallo. Ho sempre
adorato l’immagine di lei, Angela Lansbury-Jessica Fletcher,
quando nella sigla della serie batte sui tasti della vecchia
macchina da scrivere, i fogli si riempiono uno a uno, lei 
infine li ripone e chiude la cartellina di pelle con su inciso 
“Murder, she wrote”. La passione l’avevo anche prima, ma 
a scuola non avrei mai pensato di essere in grado di scrivere 
un libro. E, a dire il vero, nemmeno quando ho iniziato 
il mio primo romanzo ero certo di riuscire ad arrivare in 
fondo. Mai arrendersi, mi sono detto, le difficoltà vanno 
affrontate man mano che ci si presentano davanti: con la 
perseveranza i risultati si ottengono, vale per la scrittura 
come per tutte le avversità con cui la vita ci mette alla prova.

Parliamo di profumo. La prima immagine che ti viene in 
mente.
Una cascata di montagna, le cui acque si gettano in un bo-
sco di conifere.

La fragranza della tua scrittura.
Ha l’aroma del tè al limone che non manca mai sul mio 
tavolo. E delle torte appena sfornate da Jessica Fletcher.

L’odore dei tuoi libri per ragazzi.
Hanno l’aroma di biscotti e cioccolato, ottima merenda per 
chi ha l’età dei miei lettori. 

Del tuo prossimo libro.
Tres Dotes, in uscita, è una narrazione storico-mitologica che 
prende spunto dalla poesia di Maria Virginia Fabroni, di 
cui ti ho detto: com’è giusto che sia, ha il profumo metallico 
delle armi, misto a quello più dolce dei campi di fiori.

Della carta su cui scrivi.
Sarà l’odore, sarà altro, ma scrivere su un foglio mi da feli-
cità. Rendere reale una storia che fino a quel momento era 
solo nella mia mente procura sensazioni difficili da espri-
mere anche per uno scrittore. Ci si sente appagati. Sì, è il 
termine giusto.

Lorenzo Bosi vive a Tredozio, piccolo centro dell’Appenino to-
sco-romagnolo. Adolescente, mette mano ad un racconto che resterà 
nel cassetto fino al 2003 quando diventerà il suo libro di debutto, 
Sei per un mistero. Seguono Sei alla reggia di Batirkika, Sei 
sul pianeta dei giganti e Sei contro i fantasmi neri. Dal 2010 
per Freaks pubblica Il mistero della bara e Una notte in uffi-
cio. In uscita lo storico/mitologico Tres Dotes.